Un 2017 pieno di libri

A fine anno si fanno classifiche, si tirano le somme, si fanno bilanci.

In questi ultimi giorni del 2017 vorrei anche io fare una piccola lista dei libri più belli che ho letto quest’anno.

Non è una classifica perché sono troppo pigro per decidere un ordine e nemmeno si tratta dei libri più interessanti dell’anno perché non sono così informato.

Sono libri che mi hanno conquistato e che consiglierei a tutti, per fare bei viaggi, passare buone ore e diventare un po’ più belli!

Che di bellezza ne abbiamo davvero bisogno!

– L’altro lato del mondo di Mia Couto (Sellerio)

– Un incantevole aprile Elizabeth con Armin (Fazi)

– L’imperfetta di Carmen Scotti (Garzanti)

– La verità sul caso Harry Quebert di Joël Dicker (Bompiani)

– Le otto montagne di Paolo Cognetti (Einaudi)

– L’arminuta di Donatella di Pietrantonio (Einaudi)

– Senilità e corto viaggio sentimentale di Italo Svevo (Newton Compton)

– Una vita come tante di Hanya Yanagihara (Sellerio)

– Gli occhiali d’oro di Giorgio Bassani (Feltrinelli)

– La vita com’è di Grazia Verasani (La nave di Teseo)

– Dall’esilio di Iosif Brodskij (Adelphi)

– Bobi Bazlen L’ombra di Trieste di Cristina Battocletti (La nave di Teseo)

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L’odore degli abbracci

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L’odore degli abbracci.
Mi rimane attaccato dopo un incontro.
Scendendo la strada tra gli alti palazzi, immerso nel verde della collina, con la voce stanca per aver letto e parlato tanto, con nelle orecchie le tante domande, lo sento.
E’ l’odore che ti lasciano gli abbracci.
Sui vestiti, sulle guance, tra le mani.

E ti ricordi di quel bambino che forse parla troppo e dice cose anche a vanvera per farsi sentire, per farsi vedere, per manifestare la sua presenza.
Quel bambini che però, per il potere magico delle storie e delle relazioni, hai chiamato vicino per fargli ripetere quello che ha detto, perchè avevi sentito che aveva detto una cosa interessante.
E lui, per timore di essere sgridato, aveva cambiato risposta. Allora lo hai guardato e gli hai detto di non avare paura e ripetere quello che aveva detto quando era al posto perchè aveva detto una cosa davvero intelligente.
E lui, allora, ti aveva guardato stupito, lo stai dicendo proprio a me? Ma sei sicuro? Io, intelligente?

E mentre cammini veloce per andare a prendere un autobus che speri passi in orario, l’odore dell’abbraccio che quel bambino ti ha impresso sul cuore si posiziona come il pezzo di un puzzle che comincia a far parte di te.
E speri che anche in lui abbia trovato posto un piccolo mattoncino che lo aiuti a sentirsi più forte, più consapevole, più libero.

Grazie piccolo abbraccio!

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Poetare – L’eredità pedagogica di Alberto Manzi

Questa mattina ho partecipato a un convegno: Fare e disfare – L’eredità pedagogica di Alberto Manzi organizzato dal Centro di studi A. Manzi.
Mi sono portato a casa molti spunti sulla scuola ma in generale sul lavoro educativo.
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Mi convinco sempre più, soprattutto in questo periodo in cui siamo sempre più incapaci di scegliere finendo per farci condizionare dalla prima corrente populista, che sia necessario aiutare i giovani a sviluppare in pensiero critico, libero e in dialogo.
Capace quindi di mettere in discussione, porsi domande senza paura di esprimere il proprio dissenso e alla continua ricerca di un terreno comune.
 
Pensavo al fatto che solo le isole possono formare arcipelaghi.
Cioè ho pensato che dovremmo imparare a essere isole, spazi di vita e pensiero libero, autonomo e coraggioso. E che, in quanto isole, potremmo costruire legami, dialoghi, relazioni cioè arcipelaghi, spazi di vita nei quali, mantenendo la nostra identità, si può vivere insieme.
 
Agli educatori questa grande responsabilità
Ma non solo.
Anche agli scrittori e, soprattutto, i poeti compete questo impegno.
 
In un suo testo, infatti, Manzi parla di società creativa e poetante.
 
Viva i poeti, quindi, liberi di creare.
Viva i giovani, quindi, liberi di poetare.
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Protetto: Che barba!

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Da grande voglio fare?

Sta suscitando scalpore la copertina di un sussidiario di 5a in cui sono rappresentate le diverse materie interpretate da alcuni bambini.

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Analizzandola con calma e leggendo, ahimè, commenti di tante persone che sostengono non ci sai nulla di strano e che anzi, il vetro femminismo non serve ai bambini di oggi, ho pensato ciò.

L’immagine rappresenta tre bambini:
due maschi scienziato e matematico/ingegnere e
una bambina ancella/moglie.
Per quanto mi riguarda non c’è nulla di male nel rappresentare una bambina col peplo.
C’è qualcosa di pericoloso, però, nel messaggio che veicola l’immagine.
I maschi rappresentano le materie interpretando un mestiere, un lavoro considerato di valore,
la femmina rappresenta la materia interpretando un ruolo sociale, servile.
Possibile che dobbiamo ancora rappresentare stereotipi di questo tipo?
E possibile che non siamo ancora in grado di immaginari un bambino artista e una bambina scienziata, quando sarebbero anche tanti gli esempi che la storia ci offre?

La libertà di scelta che porta a vivere nel modo più vicino alle nostre aspirazioni (che è una delle cose che più ci aiuta a vivere felici) dipende, in gran parte, da ciò che siamo in grado di immaginare, da quello che riusciamo a pensare come possibile e valorizzato a livello sociale.

Come educo i bambini?
Quali immagini con cui identificarsi offro loro?
Riesco a uscire da uno schema precostituito per aiutarli a sperimentarsi non togliendo qualcosa ma aggiungendo?

 

Ne ha parlato molto bene anche Bianca Pitzorno

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