Poetare – L’eredità pedagogica di Alberto Manzi

Questa mattina ho partecipato a un convegno: Fare e disfare – L’eredità pedagogica di Alberto Manzi organizzato dal Centro di studi A. Manzi.
Mi sono portato a casa molti spunti sulla scuola ma in generale sul lavoro educativo.
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Mi convinco sempre più, soprattutto in questo periodo in cui siamo sempre più incapaci di scegliere finendo per farci condizionare dalla prima corrente populista, che sia necessario aiutare i giovani a sviluppare in pensiero critico, libero e in dialogo.
Capace quindi di mettere in discussione, porsi domande senza paura di esprimere il proprio dissenso e alla continua ricerca di un terreno comune.
 
Pensavo al fatto che solo le isole possono formare arcipelaghi.
Cioè ho pensato che dovremmo imparare a essere isole, spazi di vita e pensiero libero, autonomo e coraggioso. E che, in quanto isole, potremmo costruire legami, dialoghi, relazioni cioè arcipelaghi, spazi di vita nei quali, mantenendo la nostra identità, si può vivere insieme.
 
Agli educatori questa grande responsabilità
Ma non solo.
Anche agli scrittori e, soprattutto, i poeti compete questo impegno.
 
In un suo testo, infatti, Manzi parla di società creativa e poetante.
 
Viva i poeti, quindi, liberi di creare.
Viva i giovani, quindi, liberi di poetare.
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Protetto: Che barba!

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Da grande voglio fare?

Sta suscitando scalpore la copertina di un sussidiario di 5a in cui sono rappresentate le diverse materie interpretate da alcuni bambini.

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Analizzandola con calma e leggendo, ahimè, commenti di tante persone che sostengono non ci sai nulla di strano e che anzi, il vetro femminismo non serve ai bambini di oggi, ho pensato ciò.

L’immagine rappresenta tre bambini:
due maschi scienziato e matematico/ingegnere e
una bambina ancella/moglie.
Per quanto mi riguarda non c’è nulla di male nel rappresentare una bambina col peplo.
C’è qualcosa di pericoloso, però, nel messaggio che veicola l’immagine.
I maschi rappresentano le materie interpretando un mestiere, un lavoro considerato di valore,
la femmina rappresenta la materia interpretando un ruolo sociale, servile.
Possibile che dobbiamo ancora rappresentare stereotipi di questo tipo?
E possibile che non siamo ancora in grado di immaginari un bambino artista e una bambina scienziata, quando sarebbero anche tanti gli esempi che la storia ci offre?

La libertà di scelta che porta a vivere nel modo più vicino alle nostre aspirazioni (che è una delle cose che più ci aiuta a vivere felici) dipende, in gran parte, da ciò che siamo in grado di immaginare, da quello che riusciamo a pensare come possibile e valorizzato a livello sociale.

Come educo i bambini?
Quali immagini con cui identificarsi offro loro?
Riesco a uscire da uno schema precostituito per aiutarli a sperimentarsi non togliendo qualcosa ma aggiungendo?

 

Ne ha parlato molto bene anche Bianca Pitzorno

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Di là

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Arrivo trafelato al lavoro, dopo una difficile, come sempre, riunione in comune.
Prendo il telefono e senza fermarmi nemmeno un minuto, incalzato dalla mia collega Emanuela, chiamo una scuola per organizzare la partecipazione a un bando che scade… oggi.
Risponde la segreteria che va a verificare che la maestra può venire al telefono.
Passano cinque minuti finché arriva.

Prima di parlare di lavoro, mi dice, svelami una cosa. Ma tu hai scritto un libro che si chiama Di là, su un bambino, il suo papà…?
Sì, rispondo incerto.
Il libro in effetti l’ho scritto e stavo aspettando a giorni la pubblicazione. (Ne erano state però stampate alcune copie da un’associazione che aveva amato il progetto, una delle quali immagino sia arrivata nelle mani della maestra.)
Lasciami dire, continua, emozionante, delicata e rassicurante. Bravo!
Rimango a bocca aperta, una bella sorpresa, inaspettata, per un libro coraggioso.
Quell’ultima parola, rassicurante, pronunciata da una maestra che stimo e soprattutto che conosce il polso dei bambini mi ha rassicurato, a sua volta.

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Brillo di questa bella allegria che ogni tanto gli intrecci della vita ti regalano, riparto e vado a incontrare dei ragazzi in una scuola superiore. Chiacchieriamo sul valore delle parole, sul potere delle parole, sull’uso che facciamo delle parole. Un bell’incontro, intenso, che consuma molte delle mie energie.
Torno a casa, mi rilasso un attimo poi apro facebook con calma e cosa trovo?

Di là è uscito!!!
In Spagna è già disponibile nei negozi mentre in Italia arriverà a inizio 2018 (è però possibile acquistarlo online).

AL OTRO LADO/DI LA’
di Roberto Parmeggiani
illustrato dalla bravissima Anna Forlati
Ediciones La Fragatina!

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Il mondo di Arturo

Il mondo di Arturo è un libro per ragazzi con le illustrazioni dell’artista João Vaz de Carvalho pubblicato, per ora, solo in Brasile (O mundo de Arturo – Editora Nós).

Si tratta di un libro a cui tengo molto, per molti motivi.

Perché parla di cavalieri, desideri e mulini a vento.

Di amore, coraggio e poesia.

Perché parla un po’ di me, della mia storia in relazione alla scuola e alla fatica che ho fatto per imparare a imparare.

Perché parla di fiducia e di quanto è importante che le persone ti sostengano nella scoperta delle tue potenzialità.

Perché è un libro colorato, con bellissime illustrazioni e pieno di emozioni.

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Arturo, a scuola, aveva un sacco di problemi.

La maestra che gli ripeteva continuamente le stesse cose.Devi leggere di più!”Devi scrivere meglio!”Devi studiare con più impegno!”


Alcuni compagni che non perdevano occasione per prenderlo in giro.Chi ti ha tagliato i capelli? Il macellaio?”Bella questa maglia… te l’ha imprestata tuo nonno?”Quella è una palla. Devi calciarla, non caderci sopra!”

E le risate che riempivano l’aula a ogni parola sbagliata.Che cosa hai detto?!”Non hai ancora imparato a leggere?”Sei normale?”

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Sulla pagina del libro, Arturo combatteva una terribile battaglia finché, all’improvviso, le lettere si scioglievano nella carta come lo zucchero dentro il tè caldo. Allora le cercava, guardava dappertutto, perfino sotto al banco, ma non le trovava. Aspettava, respirava, non voleva alzare lo sguardo e trovare tutti quegli occhi che lo guardavano come fosse un condannato. Nonostante tutto, provava lo stesso a dire una parola! Quasi sempre, però, era sbagliata oppure ci aveva messo troppo tempo. E di tempo non ce n'era, bisognava fare in fretta, non potevano di certo aspettare tutti lui, che era “distratto, svogliato e non studiava abbastanza”. E con le lettere, a quel punto, anche Arturo scompariva, nascosto dietro una virgola o sotto un punto, messo tra parentesi, cancellato con la gomma.

Ma in fondo a chi poteva importare? Ormai l’aveva capito che non valeva niente.

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Tu zio sei solo un desideratore” gli disse un giorno Arturo.Un cosa?”Un desideratore!”E chi sono i desideratori?”Sono quelli che hanno desideri impossibili.”Ma non esistono desideri impossibili” rispose lo zio “esistono solo i desideratori, come li chiami tu: quelli che si prendono cura dei loro desideri e quelli che se li dimenticano dentro un cassetto. E tu, Arturo, che tipo di desideratore sei?”Un desideratore incapace, zio!”E perché?”Perché sbaglio sempre tutto.”Uhm… Arturo sai qual è lo sbaglio più grande che può fare un uomo?”

“… quale?”Smettere di credere in se stesso!”Anche quando sai che non sarai mai capace di realizzare alcun desiderio?”Nessun desiderio è irrealizzabile se qualcuno crede in noi e ci vuole bene.”Allora io sono fortunato.”Perché?”Perché io ho te!”

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