assessore turbato dalle opere di Haring

 

“Ammette di non conoscere né Keith Haring, né la sua opera.” Credo che sia tutto qui il problema del signor Franco Mattiussi.

Stralci da “Keith Haring (non) ha il senso del limite” – HP-Accaparlante, Ed. Erickson, (Aprile 2012)

Il rapporto con il pubblico, rimase sempre l’orizzonte della sua arte. “Definire la mia arte equivale a distruggerne lo scopo. L’unica definizione legittima è la ‘definizione individuale’, l’interpretazione individuale, un’unica risposta personale che può solo essere considerata in quanto opinione. Nessuno sa qual è il significato definitivo della mia arte perché non c’è”.

(K. Haring, Diari, Milano, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori 2010, p. 36)

Le opere di Haring si possono coniugare solo alla prima persona singolare. Parlano un linguaggio universale, comprensibile a tutti però in modo assolutamente personale, soprattutto perché, come dice lui, la sua arte non ha significato se non quello che ognuno di noi gli attribuisce. Attraverso le sensazioni provate, l’identificazione o il rifiuto dei modelli proposti e per ciò che producono negli spettatori che le guardano.

“I miei dipinti, di per sé, non sono importanti come l’interazione tra le persone che li vedono e le idee che portano con sé quando non sono più in presenza del mio lavoro – i pensieri e le emozioni che ho provocato in loro come risultato del loro contatto coi miei pensieri ed emozioni visti attraverso la realtà fisica di immagini/oggetti”

(K. Haring, Diari, Milano, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori 2010, p. 39)

Il rischio, come limite da affrontare, sul quale correre per superarlo e dimostrare la propria unicità, facendosi influenzare senza copiare. Le forti amicizie che Haring ha instaurato con Andy Warhol, Basquiat e molti altri artisti della scena underground newyorchese, pittori o graffitari, musicisti o breaker, insomma chiunque potesse fornirgli uno stimolo creativo sono il segno di una continua ricerca di relazione e difesa dell’autonomia, di dipendenza ma anche di un forte bisogno di libertà. Sensazioni contradittorie dell’uomo Haring, che rappresentando la colonna vertebrale, l’ossatura sulla quale si costruisce l’Haring artista.

Sintesi di una vita, i mesi che precedono la sua morte, esplicitano la caratteristica che più mi affascina di Haring, la sua generosità, il suo essere tutto, per tutti. Generoso nel regalare disegni, nel donare il suo tempo, nel pensare all’altro, pubblico o individuo. Generoso nel non chiudersi nel suo limite ma nel renderlo sempre più ampio ed accogliente.

“Dopo averci scioccato per salvarci, Haring combatte la depressione con un lavoro forte e commovente… sfida il terrore. Ci mostra che la continuità va cercata nello spirito della sua arte e non nel suo corpo destinato a morire”

(Keith Haring, Diari, Milano, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori 2010, p. XXV)

Generoso anche nei doni che ci fa. Non lui al centro bensì la sua arte, le sue opere, le sue idee, le sue intuizioni. E un pensiero lungo e largo, che parte da ieri e arriva a domani, che si occupa dell’altro e che rende eterna, illimitata, la sua vita.

“Giunto a questo punto, c’è qualcosa che avresti voluto fare e non hai fatto?

Sì: dei disegni sulla sabbia. Disegni nel deserto. Disegni come quelli nelle Ande. Li saprei fare bene. E un parco per bambini… Ho dato vita a una fondazione che avrà abbastanza denaro per costruirlo. È un dono che voglio fare a tutti i bambini di New York.”

(Keith Haring, L’ultima intervista, Milano, Abscondita, 2010, p. 84)

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