a silvio (chiedendo scusa a Leopardi)

Silvio, rimembri ancora

quel tempo della tua vita immorale,

quando beltà splendea

negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,

e tu, lieto e spassoso, il limitare

di gioventù salivi?

 

Sonavan le quiete

stanze, e le vie d’intorno,

al tuo perpetuo ‘mi consenta’,

allor che all’opre femminili intento

subivi, assai contento

di quel vago avvenir che in mente avevi.

Era il maggio odoroso: e tu solevi

così menare… il giorno.

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,

da giudizioso morbo combattuto e vinto,

perivi, o tenerello. E non vedevi

il fior degli anni tuoi;

non ti molceva il core

la dolce lode or delle negre chiome,

or degli sguardi innamorati e schivi;

né teco i compagni ai dì festivi

ragionavan d’amore.

Ahi come,

come passato sei,

caro compagno dell’età mia nova,

mia lacrimata speme!

Questo è il mondo? questi

i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,

onde cotanto ragionammo insieme?

questa la sorte delle umane genti?

All’apparir del vero

tu, misero, cadesti: e con la mano

la fredda sbarra ed una cella ignuda

mostravi di lontano.

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