untitled – diane arbus

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Porre lo sguardo su certe realtà senza compassione è fondamentale.

La compassione, intesa come desiderio di bene per gli esseri viventi, è assolutamente augurabile, ma quando diventa atteggiamento pietistico, non accetta e definisce una distanza di sicurezza oltre la quale diventa difficile andare. Le fotografie dell’artista annullano proprio questa distanza e ci permettono una relazione empatica ma non devota, esageratamente emotiva. Guardando quegli scatti ti sembra veramente di entrare nei loro panni, di sentire il loro stato d’animo, percepisci persino l’allegria o lo smarrimento. Non ti senti uno spettatore distaccato ma non provi nemmeno il desiderio di piagnucolare, come fosse il modo migliore per dimostrare che certe situazioni di vita ti interessano.

Nelle foto, come nella quotidianità di ognuno di noi, l’altro, chiunque esso sia, non è strano perché diverso. Questo senso di estraneità è dato dal nostro sguardo. La diversità, intesa come definizione di vincitori e vinti, di migliori e peggiori, di assistenti e assistiti, è data proprio dal modo in cui noi “guardiamo” l’altro, in cui ci poniamo nella relazione con l’altro.

L’accettazione reciproca, forse anche mediata dalla presenza di una macchina fotografica, che la Arbus definiva con i soggetti che voleva fotografare, ribalta ancora una volta il senso comune.

Non c’è chi deve accettare e chi deve essere accettato. In una relazione che funzioni entrambi i protagonisti sono chiamati e autorizzati a fare un piccolo sforzo. Mi vengono allora in mente tante storie di educazione nelle quali insegnanti o educatori o assistenti si arrogano il diritto della fatica dell’accettazione dell’altro/assistito, bambino o anziano o disabile, come fosse un privilegio donato, un’approvazione che viene concessa dall’alto. Mentre l’assistito deve stare zitto, non ha diritto di domandarsi, di capire, di affrontare la fatica dell’accettazione. Uno vale l’altro, comunque, a qualunque condizione.

“Voglio fotografare i rituali degni di nota del nostro presente, dato che tendiamo, vivendo qui e ora, a percepirne solo la parte casuale, arida, informe. E mentre lamentiamo che il presente non somigli al passato e disperiamo che possa mai diventare il futuro, i suoi innumerevoli e imperscrutabili aspetti giacciono in attesa del loro significato.”

Pubblicato su HP-Accaparlante 2012/4

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artwork_images_138991_257064_diane-arbus2-0809112227070 da02-web  diane-arbus-a-family-on-their-lawn-one-sunday-in-westchester-new-york-1969  l2Untitled-08-338x338  untitled-7-diane-arbus-1970-71Ahmad el Abed, and his friend Rajab Arna'out. Madani's parents' home, the studio, Saida, Lebanon, 1948-53. Hashem el Madani 2007 by Akram Zaatari born 1966
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1 Commento

Archiviato in EDUCAZIONE ALLA DIVERSITA', INCONTRO ALL'ARTE

Una risposta a “untitled – diane arbus

  1. Adoro le foto di Diane Arbus. Sono così autentiche. E condivido pienamente la tua riflessione sul concetto di diverso. Il buonismo, arrogante e ipocrita, appiattisce e impigrisce. Annulla le differenze e disabitua a conoscere l’altro.

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