farsi prossimi

Tentativo di mettermi nei panni di Gino Strada.

Tento inutilmente di definire confini, proteggermi, per direzionare meglio le forze e gli interventi, ma le uniche frontiere che riconosco sono quelle umane, corpi come misteriosi involucri di carne e spirito che non hanno bisogno di check-point o permessi di soggiorno per essere attraversati.

“Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra. Per quanto possa sembrare solo un gioco di parole, la differenza, per me, la fanno le migliaia di persone che ho incontrato in questi anni.

Non metto in dubbio che la pace sia un obiettivo primario per il futuro dell’umanità, però, troppo spesso, per realizzarla qualcuno pensa che sia necessarie una ‘missioni di pace’.

Io no.

Io credo che un intervento armato, in un qualsiasi territorio, sia una guerra e a questo mi oppongo perché ho visto troppe vittime, nel corpo e nell’anima, conseguenza di questa presunta ‘pace’.

Quante volte ho chinato il capo su corpi martoriati per tentare di porre rimedio alla violenza e all’arroganza di chi si ritiene detentore della verità. Avvicinarsi ai corpi, alle ferite, alle fessure dell’anima. Chinarsi, non perché essendo più grandi ci si deve abbassare al livello dell’altro. Piegarsi per farsi vicino, come un inchino in rispetto del mistero, quello del dolore che prima o poi chiede a tutti una riflessione.

Sono stato in tanti paesi, diversi per cultura, cibo, paesaggi, orizzonti. In alcuni ti ritrovi la sabbia del deserto in ogni piega della pelle, in altri la grandezza dei grattacieli si confronta con la precarietà delle capanne. Paesi tanto diversi, quanto, però, sono comuni i desideri e le speranze delle persone. Credo proprio che in questo ‘non sapere’ stia il problema dell’uomo, almeno della parte che detiene il potere.

Non lo sanno.

Non sanno che un ragazzo afghano ha lo stesso desiderio di libertà di uno israeliano e che una donna cinese desidera il bene del figlio come quella americana.

La cosa stupefacente, almeno per la mia esperienza, è che più ti fai vicino a una persona, più la vedi uguale a tutte le altre.

Lo so bene che siamo tutti differenti, ma è qui il paradosso, è in questo il salto di qualità che io auguro a tutti, in particolare ai giovani.

Farsi prossimi, in particolare di chi è vittima dell’ingiustizia, abbandonato e usato senza dignità, per riconoscere in lui la tua stessa radice, la stessa origine.

Mentre racconto l’ospedale non si ferma.

Lo abbiamo aperto qualche anno fa e da allora offre cure gratuite, a tutti.

Ed è in un luogo come questo che io riconosco la mia identità perché sono e rimango prima di tutto un dottore, è il mio lavoro, la mia vita. Nient’altro. Tutto quello che so, l’ho imparato in sala operatoria, a contatto con la carne e la speranza, con le ossa e la volontà.

Che sono uguali, chiunque sia la persona che hai sotto i ferri. Un polmone è un polmone e una gamba amputata produce lo stesso senso di perdita che tu sia europeo oppure sud americano.

Tento inutilmente di definire confini, proteggermi, per direzionare meglio le forze e gli interventi, ma le uniche frontiere che riconosco sono quelle umane, corpi come misteriosi involucri di carne e spirito che non hanno bisogno di check-point o permessi di soggiorno per essere attraversati. A meno che non decidiamo di alzare barriere, costruire muri, levare ponti levatoi. Allora mi vengono in mente le parole di uno scrittore che amo molto: Nessun uomo è un’isola, intero in se stesso. Ogni uomo è un pezzo del continente, una parte della terra. Ricordatelo, fatene tesoro, una scelta di vita.”

Gino-strada-abbraccia

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