io raccontavo il mondo

In occasione della giornata Mondiale del Libro, mi sono messo nei panni di una gradissima poetessa, forse la mia preferita, una persona che con le parole non ha riempito solo i libri ma anche molti cuori e molte speranze.

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“Sono una poetessa, da sempre, cioè da quando mi ricordo. Mio padre mi chiedeva di scrivere brevi poesie per i suoi amici oppure per ricordare qualche evento di particolare.

Molti pensano che le poesie siano qualcosa di difficile da comprendere e che non servano a nulla.

Un inutile esercizio buono solo per raccogliere polvere sulle librerie.

Per me scrivere è sempre stato come mettere cerotti. Ho usato le parole per curare le ferite sociali, culturali, umane. Non trovo altro modo per guarire se non raccontare ciò che stupisce. Secondo me la poesia deve parlare di ciò che stupisce. Non per spiegarlo, lo stupore. Ma per ricordarci che cos’è. Ci sono persone che si stupiscono troppo poco del fatto che è capitato loro di vivere.

Anche a me capita di dimenticarlo, per questo l’ho scritto.

Quando ricevetti il Nobel per la letteratura fu una grande soddisfazione. Giornalisti che volevano intervistarvi, inviti a trasmissioni o serate importanti, presentazione di libri, discussioni di vario genere. A tutti rispondevo: verrò quando sarò più giovane.

Molte delle tante lettere che ricevetti dicevano la stessa cosa. Mi ringraziavano perché capivano le mie poesie. Mi dicevano che parlavano di loro e che sembrava fossero state scritte pensando alla loro vita. In un primo momento mi stupivo poi ho capito che non c’era nulla di strano.

Io raccontavo il mondo, tra incanto e disperazione. Il mondo, meraviglioso e abbagliante ma, al tempo stesso, carico di disperazione quando non riusciamo a capirlo. Tra le pieghe della vita inserivo le mie parole perché potessero elevare la comprensione e, nuovamente, raccontare lo stupore.

Cos’è che ti stupisce? Ora, in questo momento? Fermati, guardati attorno, ovunque tu sia. Non fermarti all’apparente banalità degli oggetti, guarda, cerca, stupisciti.

Io vedo: un tavolo e le sedie, una tovaglia verde e gialla, un vaso con rose ormai sfiorite, l’attaccapanni di ferro battuto, le candele, libri, libri e libri. Poi la finestra, il giardino, il vialetto e il mondo intero.

Questo mi stupisce: il mio essere parte di un tutto molto ma molto più grande di me.

Uno stupore che diventa speranza, una speranza che diventa impegno, un impegno che diventa azione. Soprattutto dello sguardo, che osserva, vede le ferite e, per quanto può, pone rimedio.

Io non capisco come ragazzi pieni di forze possano perdere tempo, continuamente, seduti sulle poltrone, nascosti dietro uno schermo, quando fuori potrebbero trovare quei significati che tanto vanno cercando.

Direte che anche io sono stata tanto tempo seduta a un tavolo, dietro fogli di carta.

Non posso darvi torto, è vero. Per trovare le parole c’è bisogno di tempo, di silenzio, di un foglio bianco da riempire. Il mio tavolo, però, è rivolto verso le due grandi finestre che mi permettono di guardare, continuamente, quel vialetto di cui parlavo prima.

Uno sguardo da dentro a fuori e da fuori a dentro. Uno scambio continuo, una contaminazione ininterrotta, una tensione che trasforma la mia poesia in azione concreta. Troppi poeti scrivono in modo autoreferenziale, solo per compiacere se stessi. Ho alcuni libri, infatti, che prendono polvere nelle mie librerie.

Il mio augurio è che ci siano ancora persone che scrivano sulle cose terribili e meravigliose che ci circondano, che leghino profondamente la poesia alla vita e la vita alle parole. Scrivere, non per lagnarsi o intristirsi, scrivere per essere consapevoli, come atto di denuncia, come impegno a fare dello stupore un progetto di vita: Alla nascita d’un bimbo – il mondo non è mai pronto.”

Wisława Szymborska è stata una poetessa e saggista polacca, morta a Cracovia nel 2012. Ricevette il Premio Nobel nel 1996 ed è considerata la più importante poetessa polacca degli ultimi anni.

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