Non lo sapevo – Giorgio Morandi quello delle bottiglie?

morandi

Non lo sapevo.

Questa è l’espressione che più mi ha fatto compagnia nell’incontro con Morandi, Giorgio, quello delle bottiglie.

In ordine sparso, non sapevo: che Giorgio Morandi avesse insegnato incisione presso l’Accademia di Belle arti e amasse Giacomo Leopardi quanto lo amo io; che la sua casa e il suo studio in via Fondazza siano ora visitabili; che una sua natura morta fosse il risultato di un processo creativo tanto vivo; che avesse tre sorelle; che la luce, per lui, avesse un tale valore; che dipinse più di mille quadri; che apprezzasse la lentezza di un carretto trainato dai muli; che i colori di Bologna lo avessero pervaso, condizionando perfino la sua anima.

Non lo sapevo, anzi, possiamo dire, che non sapevo praticamente nulla di Giorgio Morandi. La cosa folle, però, è che quel poco che sapevo – che era bolognese e che dipingeva nature morte, soprattutto bottiglie – aveva condizionato terribilmente il mio giudizio e affossato ogni mio desiderio di conoscenza del pittore. Come se questi pochissimi elementi potessero finire ciò che per sua natura è infinito, cioè la conoscenza dell’altro.

Non lo sapevo, finché una serie di incontri mi hanno portato, un pomeriggio di settembre, a varcare la soglia di Casa Morandi, la casa nella quale l’artista è vissuto fino alla sua morte nel 1964 e che, dal 2009, è un museo visitabile gratuitamente.

Quel sabato pomeriggio veniva presentato il libro “Giorgio Morandi quello delle bottiglie? Una guida per ragazzi alla scoperta di un grande artista del ‘900” Ed. MAMbo. Tra le autrici del testo, oltre a Cristina Francucci e Silvia Spadoni, c’è anche Veronica Ceruti che conosco bene in quanto compagna e collega nella realizzazione di molti percorsi di animazione che intrecciano il tema dell’arte con quello della disabilità e, più in generale, della diversità.

Come le vere sorprese, inaspettate, quel pomeriggio fu l’occasione per un nuovo incontro, con un grande artista, con un lettore della luce, un narratore di storie.

Oltre alla visita alla casa-museo, che permette un immersione nel quotidiano di Morandi, nelle sfumature della sua arte ma anche della sue relazioni, scoperta è stato anche il libro che, come un microscopio, permette un viaggio nelle cellule dell’artista, un indagine sul suo DNA, un incontro ravvicinato, quindi, con ciò che rende un bolognese di inizio novecento, un artista unico e affascinante.

 Infiniti modi di comporre

“Giorgio Morandi dipinge moltissimi quadri, più di mille, ma gli oggetti che ritrae sono sempre gli stessi, quelli di cui si è innamorato e dai quali mai si separava. Eppure, ogni opera è diversa dall’altra. Il segreto è la composizione: i tanti, infiniti modi di mettere insieme i vari elementi.”[1]

Quando ho letto questa frase che racconta il modo, allo stesso tempo semplice e complesso, in cui Morandi realizzava le sue opere, mi è sorta spontanea una domanda: cos’è la diversità, allora? Sono ormai parecchi anni che mi occupo di questo tema, da un punto di vista sociale e culturale, tentando di offrire una visione non scontata, improntata sulla conoscenza e, di conseguenza, sul superamento di infondati pregiudizi. Eppure, questa osservazione e, di conseguenza, la riflessione sul lavoro dell’artista, mi ha un po’ spiazzato.

Il rischio è di credere che la diversità si ha solo quando un elemento altro entra in un contesto regolato mentre, ce lo dice anche l’artista, diversità è anche quando un elemento del contesto stesso cambia ruolo.

Quanto è ancora rivoluzionario questo concetto, quanto ancora siamo ingabbiati nell’idea che la diversità sia costituita dall’altro, esterno, intruso, non convenzionale che entra e mette in crisi, che disturba, che obbliga a una riorganizzazione. Seppur questo sia vero, troppo spesso finiamo per trasformare l’occasione che ci viene offerta dall’inclusione nella creazione di una “natura morta”, eterna e immodificabile.

Proprio in questo spiazzamento, però, in questo momento di sospensione, come un bambino che dondola sull’altalena, trovo la risposta. Nell’ampliare il mio orizzonte, nel percepire il contesto in maniera dinamica, nella genialità di Morandi, nella sua capacità di ricreare contesti continuamente diversi, attraverso una diversa disposizione degli oggetti, dei partecipanti. Poco importa se, nel suo caso, si tratti di bottiglie, scatole, vasi, brocche.

“Morandi creava composizioni di oggetti da dipingere, disponendoli su un ripiano, un po’ come quando si apparecchia la tavola. L’artista però giocava con le cose, si divertiva a scambiare i posti e le posizioni…”[2]

Se provassimo anche noi a immaginare l’inclusione come un gioco? Un continuo esercizio di spostamento, di cambio di prospettive. Ci aiuterebbe a non etichettare le persone e le situazioni, ci spronerebbe a cambiare continuamente il nostro punto di vista, su noi stessi, sul contesto e sull’altro, ci garantirebbe la possibilità di sperimentarci in ruoli differenti, a non incarnarci in uno stereotipo eterno. Lui è quello aggressivo, lui quello antipatico, lei quella buona, l’altra è lenta, quella ha sempre freddo.

Se proviamo a immaginare i contesti in cui viviamo come il ripiano in cui Morandi disponeva la sue bottiglie, pur riconoscendo le specificità/i colori, le esigenze/le dimensioni e le attitudini personali/le forme, sarebbe interessante che, perché un processo di inclusione possa essere tale, di tanto in tanto, chi sta davanti vada dietro, chi è di lato si sposti al centro, chi vicino alla finestra vada verso la porta o chi in cattedra si sieda dietro un banco.

In questo modo potremmo ricreare infiniti contesti diversi, solo scambiando la posizione dei partecipanti, non etichettando il soggetto diverso che fa parte del gruppo ma considerando il gruppo, come insieme di soggetti diversi.

 Allenati a creare relazioni

Un augurio, un invito, un esercizio.

All’interno del testo “Giorgio Morandi quello delle bottiglie?” c’è una parte dedicata a esercizi di visione e rielaborazione personale, dieci regole per avvicinare l’artista. Si tratta di semplici esercizi creativi che permettono al lettore di indossare gli occhiali dell’artista e sperimentare direttamente il suo modo di guardare il mondo.

Sono dieci punti molto interessanti e anche alquanto piacevoli. Di questi, l’ultimo sintetizza perfettamente il pensiero che ho esposto sopra.

“L’artista ‘mette in posa’ i suoi modelli, poi li osserva per studiare come spazio e forme cambiano al variare della luce… Non si stanca mai di ritrarre le stesse cose, perché crea rappresentazioni sempre diverse: ogni natura morta è unica.”[3]

L’invito dell’esercizio n.10 è quello di allenarsi a creare relazioni.

Spostare, spostarsi, vedere le cose sotto una nuova luce, sperimentare la stessa relazione da una posizione diversa, vedere l’altro da dietro, di fronte, da sotto, da dentro.

Creare relazioni, cioè destrutturare il contesto, sia esso la classe, la casa, la palestra, l’oratorio o il campo da calcio, per fare in modo che lo spazio stesso ci stimoli a uscire da schemi prefissati e da sguardi prestabiliti.

Creare relazioni, cioè conoscere chi abbiamo di fronte.

Conoscere e quindi scoprire ciò che abbiamo in comune, che ci avvicina, che funge da ‘ripiano’ condiviso sul quale posizionare ciò che, invece, ci rende diversi, per fare di questa diversità una ricchezza comune.

Creare relazioni, cioè creare tanti dipinti, con gli stessi soggetti, ma tutti diversi, unici, dove ognuno ha il proprio posto pur non avendo un posto prefissato.

L’incontro con un artista è sempre un’esperienza che ti conduce in un viaggio che travalica ogni tua aspettativa, che sostituisce quel ‘non lo sapevo’ con tanti ‘davvero?’.

Se posso permettermi un consiglio, accettate l’invito a salire a bordo del libro “Giorgio Morandi quello delle bottiglie?” e lasciatevi trasportare in un viaggio, allo stesso tempo semplice e straordinario, incontro all’arte di uno dei più importanti artisti del ‘900.

[1] V. Ceruti,  S. Spadoni, C. Francucci, Giorgio Morandi quello delle bottiglie?, Bologna, Ed. MAMbo 2012, p.26)

[2] ibidem

[3] V. Ceruti,  S. Spadoni, C. Francucci, Giorgio Morandi quello delle bottiglie?, Bologna, Ed. MAMbo 2012, p.44)

Pubblicato in HP-Accaparlante  2013/1

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in INCONTRO ALL'ARTE

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...