“Zio, perché scrivi?”

Traduzione del post originale sul blog Editora DSOP

Quest’anno, 2014, lo ricorderò come “l’anno delle prime volte”. Dopo il primo libro per ragazzi pubblicato, dopo la prima volta alla Fiera di Bologna come scrittore, dopo la prima sessione di autografi, dopo il primo premio. Dopo tudo questo, ecco che arriva la mia prima volta in una festa letteraria. E non una festa qualsiasi, ma la Flip – Festa Literaria de Parati!.
Tutte le emozioni che sto vivendo, portano con sé anche una grande dose di responsabilità: la necessità di affrontare questo compito, di camminare tra le pagine dei libri e della vita dei lettori con maggior consapevolezza.
L’altro giorno mia nipote me ha chiesto perché scrivo. Io ho balbettato una risposta senza convinzione ma lei ha insistito: “Sì, ma perché vuoi scrivere? Perché ti siedi e scrivi?” Allora ho pensato: “Cavolo, e adesso che risposta tiro fuori?”
Questa è la responsabilità di cui parlo: avere la maggior consapevolezza possibile di quello che sto facendo per stare di fronte al lettore como sono, libero e sincero. Per questo cercherò di rispondere, con più impegno e con l’aiuto dello scrittore turco Orhan Pamuk, alla domanda di mia nipote, con tre lettere dirette a lei.

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Primo, scrivo per costruire luoghi

“Per me, essere uno scrittori significa prendere coscienza delle ferite che portiamo dentro di noi, ferite così segrete che noi stessi ne siamo a malapena consapevoli, esplorarle pazientemente, studiarle, illuminarle e fare di queste ferite e di questi dolori una parte della nostra scrittura e della nostra identità.” O. Pamuk

Cara Chiara,
mi hai chiesto perché scrivo. Ci ho pensato un po’ e adesso ho una risposta.
Io scrivo perché desidero profondamente costruire luoghi dove i lettori si possano perdere, dove non abbiano paura di perdersi o, ancora meglio, desiderino perdersi. Perdersi per incontrarsi di nuovo, per scoprire qualcosa di loro che ancora non conoscevano e che riesca a svelare ai loro occhi qualcosa che prima era incosciente, sommerso, qualcosa che causava vergogna, per esempio, perché percepita come diversa dal normale.
  Un luogo dove le persone, e io per primo, possano passeggiare, sedersi, mangiare, ascoltare, incontrarsi, condividere, dove sia possibile identificarsi e trovare un legame tra quello che il lettore vive, la sua esperienza personale, e la storia raccontata nel libro; un luogo, quindi, dove non sentirsi solo ma, al contrario, sentirsi compreso e non estraneo a questo mondo.
Chiara, quando penso a un ‘luogo’ penso a una paese come quello delle meraviglie di Alice, a una fabbrica come quella di cioccolato di Willy Wonka, o una città come quelle invisibile di Calvino. Ma anche a un giardino segreto come quello dove sono cresciuti Mary e Colin, o una strada di mattoni gialli del Mago di Oz, una borsa come quella di Mary Poppins o un bosco come quello dove vivevano i Fratelli Grimm o, infine, il fondo del mare, come quello della Sirenetta o del Capitano Nemo.
Come dice Pamuk, scrivere è riconoscere le proprie ferite segrete e condividerle. Trasformarle, cioè, in uno specchio nel quale gli altri possano specchiarsi dicendo:”Ecco, quindi io non sono l’unico che sente, vive, percepisce e carica questo!”

Infine, Chiara, ti vorrei dire che per arrivare a questo punto, uno scrittore deve decidere se veramente vuole tutto questo, perché non é semplice ne facile, si corrono molti rischi e difficoltà. E’ necessario coraggio e impegno, perché qualsiasi luogo che costruiamo può, se non viene costruito con attenzione, cadere.
Anche tu avrai un luogo dove ti piace andare quando ti senti triste e anche un’altro dove preferisci andare quando sei felice. Io spero di riuscire a offrire ai miei lettori spazi dove stare bene, dove qualcuno come te possa trovare se stessa.”

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