Morire per difetto

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Sapete cosa penso?

Che non è la droga ad avere ucciso Ilaria, Lamberto e tutti gli altri, sconosciuti. Non sono nemmeno l’alcol, i superalcolici dentro o fuori dalle discoteche, la velocità.

Certo, sono la causa oggettiva e tecnica che li ha portati alla morte.

Ma non credo che ci si possa lavare la coscienza dicendo che quei giovani sono morti per colpa di qualcosa, per eccesso nell’uso di una qualche sostanza.

Quelle persone non sono morte per eccesso bensì per difetto, per difetto di limiti.

Adesso penserete al limite come ostacolo: bene, giusto, proibire, vietare, chiudere, porre ostacoli insuperabili, segregare, relegare, impedire.

La paura, l’inadeguatezza, la preoccupazione ci farebbero dire e fare proprio questo.

Eppure, limite può voler dire anche qualcos’altro, per esempio opportunità, occasione, possibilità. Ecco allora che diventa più chiaro cosa intendo io per limite: offrire un’alternativa.

Perchè se io penso di non aver altre possibilità, di essere spacciato, se non trovo una parola, uno sguardo, una relazione che mi indica che c’è altro per me, allora penserò che quella pasticca sia l’unica scelta possibile, che bere fino a perdere coscienza sia la sola maniera di sopravvivere.

E a chi tocca il compito di offrire un’alternativa? Chi deve assumersi questa responsabilità?

Mah, tutti, direi, proprio tutti. Basta volerlo, deciderlo e farlo.

La famiglia, lo stato, la chiesa, gli educatori, la scuola, le discoteche, i produttori musicali, il cinema, gli scrittori, i ragazzi stessi, la tv, la radio.

Perché tutti, prima o poi, siamo passati, passiamo e passeremo un periodo della nostra vita nel quale sentiremo un vuoto profondo da riempire, un bisogno travolgente di essere amati, accettati, di andare bene per ciò che siamo, un bisogno di senso e significato, qualcuno che ci guardi e che ci riconosca, un luogo bello, bellissimo che ci tolga il fiato, un profumo che ci sconcerti, della parole che ci raccontino e ci facciano scoprire chi siamo, cosa desideriamo, che non siamo soli, che qualcun altro cammina come noi su questa terra, un po’ disperso, un po’ confuso, un po’ triste proprio come noi, una canzone che ci entri nelle vene, un viaggio lontano o vicino, un sentiero di montagna, un piatto ben cucinato, un’alba o un tramonto, una carezza, una mano stretta, un abbraccio e sapere che anche nelle tempeste della vita qualcuno al tuo fianco ci sarà sempre.

In fondo, tutti cerchiamo un’alternativa alla solitudine che, prima o poi, ci coglie e che ci fa sentire un vuoto incolmabile.

Sono conscio che offrire un’alternativa non è risolutivo e che ci sarà sempre qualcuno che sceglierà di spingere la propria vita oltre. Il nostro compito, però, non deve essere quello di imporre una scelta, ma di offrirla, di mostrare che non c’è mai una sola azione obbligata ma tante altre possibili.

Porre un limite cioè costruire un ponte sul vuoto, mostrare un nuovo orizzonte, scrivere la parola desiderio sulla spiaggia di un isola ancora sconosciuta, prendersi cura di sè e degli altri saltando insieme oltre il muro.

Ecco, così si offre un’alternativa.

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