Ognuno è qualcuno

Era il 2012.

Subito dopo il terremoto che colpì l’Emilia Romagna ho scritto questo articolo sul tema dell’inclusione.

Ahimè ancora piuttosto attuale.

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“Qualche giorno fa ho chiamato il mio amico Said, per sapere come stava. A causa del terremoto dorme in tenda con la sua famiglia. Chiacchierando mi dice che la sua vita è cambiata dal giorno alla notte, per certi versi anche nel bene. Gli chiedo in che senso. Mi dice che in quel campo, è qualcuno anche lui, come gli altri.

“Si è sempre meridionali di qualcuno”, dico a volte, intendendo con ciò la necessità di ridefinire i confini nazionali, non per disegnare nuove cartine ma per riconoscere che, ormai, le cose sono cambiate e che non ci si può tirar fuori dal gioco della globalizzazione.
Forse pensano lo stesso le tante persone che aderiscono ai gruppi neonazisti nati in Europa e che, ora come ora, godono di un certo successo.
Anche loro pensano che non ci si possa più rifiutare di partecipare a questo processo e scelgono di farlo definendo nuove regole, imponendo un pensiero che non si basa sull’indifferenza ma sul riconoscimento delle diversità. Tale riconoscimento si trasforma nel punto di partenza per stilare classifiche e trasformare le differenze in fattori determinanti per l’acquisizione o meno di diritti. Se sei A vai bene mentre se sei B non vai bene, quindi non ti meriti nemmeno i diritti fondamentali.
Ciò che mi interessa di questo ritorno di fiamma del pensiero che definiamo nazista, non è tanto l’estremismo che, ovviamente, mi preoccupa e sento che dovrebbe farci alzare le antenne, soprattutto nei luoghi educativi dove si vive concretamente la relazione con la diversità e dove si formano le future generazioni. Ciò che mi preoccupa sul serio è la quotidianità, i discorsi e gli atteggiamenti che, persone medie, mettono in atto ogni giorno per strada, nei negozi, mentre guidano, bevono un caffè, prendono un aperitivo. Parole di disprezzo, di paura, di sospetto, di rifiuto, di giudizio, di condanna, di volgarità, di offesa.
Parole, mi direte, solo parole.
Solo parole, giusto, che però, come fossero piccoli colpi di scalpello, costruiscono un pensiero, la concezione dell’altro, il modo di accogliere chi arriva. Piccoli colpi che trovano terreno fertile nella paura, nell’ignoranza, intesa in senso letterale, nella non conoscenza dell’altro e della sua cultura. Paura e ignoranza dalla quale nascono pregiudizi e convinzioni sbagliate.
E piano piano, giorno dopo giorno, sguardo dopo sguardo si costruisce la cultura, con le sue altezze e le sue immaturità, che, allo stesso tempo, influenza e viene influenzata dalle persone che la vivono, che cammina tra i vicoli di città e paesi.
Poi, però, a un certo punto, tutt’un tratto succedono cose che non avresti mai voluto ti succedessero, che ti stravolgono la vita, che cambiano totalmente i parametri di riferimento, i tempi, i ritmi, i luoghi, le relazioni. Con conseguenze terribili e dolorose, tragiche e violente.

A un certo punto, in questa quotidianità, succede un terremoto, non simbolico ma reale, quello che fa tremare la terra, il corpo, l’anima.
Non hai più la casa e, se ce l’hai, non sai più se è sicura, non hai più il tuo bar, il tuo negozio, l’edicola, la chiesa, il vicolo… Insomma non hai più i tuoi confini, quelli che in un qualche modo definivano il territorio emotivo, lo spazio della tua identità.
E ti ritrovi in una tenda, a condividere un tavolo, un bagno, un prato, una paura con altre decine di persone che forse avevi incontrato per strada qualche volta ma che non avevi mai considerato, non per cattiveria ma perché, pensavi, non aveste tanto in comune.
l’esperienza, assolutamente tragica, diventa l’occasione obbligata per fare i conti con gli altri, quelli che volevate vicini e quelli che tenevate lontani, quelli che parlano il tuo stesso dialetto e quelli che, a stento, parlano l’italiano, quelli che “lui è come un fratello” e quelli che “con lui ho chiuso”. Un’occasione, un’opportunità, non priva di ostacoli, soprattutto legati alla gestione dello spazio, delle consuetudini, del cibo.
Tra quelle tende, però, succede ciò che sarebbe auspicabile succedesse tra le vie di una qualsiasi città. Gli abitanti delle tendopoli, abbassate le difese, riescono a vedere l’altro non per ciò che rappresenta ma per ciò che è, uscendo dallo schema del pregiudizio, conoscendo la persona e non l’immagine che hanno di essa. Si definisce, in questo modo, una nuova geografia, con nuovi confini, nuovi punti cardinali, un nuovo territorio relazionale nel quale si è tutti sulla stessa barca. Nel quale, come dice il mio amico Said, ognuno è qualcuno, con la propria identità, la propria storia, le proprie consuetudini. Ciò che cambia, infatti, non sono tanto le persone, quanto il contesto fisico e relazionale, quello spazio dentro il quale ogni singolo si muove e definisce la relazione con l’altro.
Questa relazione è ciò che chiamiamo inclusione.
Concludendo, il mio non vuole essere l’elogio del terremoto, nemmeno il tentativo di trovare un aspetto positivo in una situazione tragica. Ho solamente trovato interessante l’espressione del mio amico Said il quale, con quelle parole, ha raccontato più di tanti discorsi cattedratici sul tema dell’integrazione.

Salutandomi, Said mi dice che deve andare perché è il suo turno di pulire i bagni. Hanno organizzato i turni a seconda della nazionalità… C’è ancora molto da fare.”

 

Pubblicato martedì 17 luglio 2012 su bandieragialla.it

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