Guardare una foto, incontrare il mondo e diventare responsabili del cambiamento

teaser_su_salgado_genesis_top_1304121414_id_681884Il sale della terra.

La gente, le persone, l’umanità.

Una genesi ininterrotta, la memoria dell’origine troppo spesso dimenticata in questo presente smemorato.

Genesi come fonte generante, ancora capace di far sgorgare dal principio, la vita.

In queste parole potremmo raccogliere il senso del lavoro artistico e professionale del fotografo brasiliano Sebastião Salgado.

Il grande pubblico l’ha conosciuto grazie al film che Wim Wenders ha realizzato per rendere onore alla sua arte e, in particolare, all’ultima parte del suo percorso fotografico. Il sale della terra, appunto, racconta la storia del fotografo, del suo profondo desiderio di rappresentare la fragilità umana e la natura nel suo aspetto originario, per “ricongiungerci con il mondo com’era prima che l’uomo lo modificasse fino quasi a sfigurarlo”.

Nato ad Aimorés, nello stato di Mina Gerais nel 1944, cresce in Brasile per poi trasferirsi in Europa con la moglie per occuparsi di economia lavorando per l’Organizzazione Internazionale per il Caffè.  A seguito di un viaggio in Africa che ebbe un forte impatto emotivo sulla sua percezione del mondo, decise di intraprendere la carriera di fotografo o meglio, decise che avrebbe voluto viaggiare per il mondo per documentare la vita nella sua complessità.

Le persone, in particolare, attirano la sua attenzione.

La condizione dell’uomo in relazione all’ambiente in cui vive.

Foto di grande qualità estetica capaci, allo stesso tempo, di raccontare l’esperienza umana nella sua varietà, sottolineando la drammaticità e, allo stesso tempo, la grande speranza che accomuna le condizioni dell’uomo a ogni latitudine.

Un’immersione tanto profonda nel mare della natura umana non può non avere conseguenze.

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“In Ruanda vidi la brutalità totale. Vidi persone morire a migliaia ogni giorno e persi la fiducia nella nostra specie. Non credevo che fosse più possibile per noi vivere. Fu a quel punto che mi ammalai”.

Ammalatosi a tal punto da spingere i medici a suggerirgli di lasciare la fotografia, torna in Brasile, alle sue radici, tra le braccia della sua terra natìa, alla ricerca di un po’ di pace.

Anche lì, però, il suo interesse per l’origine della vita prende il sopravvento.

Ritornato nella regione in cui aveva vissuto da bambino si rende conto che quella terra che, una volta, era ricoperta da milioni di alberi, a causa dello sfruttamento selvaggio, ora era praticamente un deserto.

Che fare?

Di certo non era possibile rimanere indifferenti. Il bisogno di porre rimedio a quanto fanno negli anni precedenti prende il sopravvento su un’accettazione passiva della realtà.

Insieme alla moglie e alle sorelle decide di riforestare quel pezzo di terra, per dimostrare che un cambiamento è possibile e che alle parole e alle intenzioni è possibile far seguire le azioni.

Meno di dieci anni dopo, oltre due milioni e mezzo di nuovi alberi avevano ricoperto chilometri quadrati di deserto e oltre trecento specie di piante differenti erano state piantate per ricostruire l’ecosistema così com’era alle origini. Il tentativo, riuscito, di riportare alle origini quel pezzo di mondo, una nuova genesi della terra ma non solo.

È in quella esperienza, infatti, che affonda le radici il desiderio di un nuovo progetto, una rinnovata spinta a farsi testimone.

Qualcosa di nuovo e di diverso ma sempre legato alla stessa passione: quella di raccontare la vita dell’umanità. Nasce quindi il progetto Genesi.

“Lo scopo doveva essere vedere e cercare un modo nuovo di presentare il Pianeta Terra: questa volta non avrei puntato l’obiettivo sull’uomo e sulla sua lotta per la sopravvivenza, ma avrei mostrato piuttosto le meraviglie che rimangono nel nostro pianeta. Abbiamo deciso di cogliere con la macchina fotografica quella grande parte del pianeta che si presenta ecologicamente pura e, si potrebbe dire, ancora allo stato primordiale. Creare dunque una quantità d’immagini che fosse sufficiente a far capire al maggior numero possibile di persone che esiste una grande porzione del mondo ancora integra, allo stato della Genesi, e mostrare quanto proteggere questa parte sia fondamentale per tutti noi. Non si sottolineerà mai abbastanza l’importanza di ricostruire ciò che abbiamo distrutto”.

Ricostruire, quindi, riportare all’origine per darsi un’altra opportunità.

Lo sguardo con cui Salgado indaga la realtà non è polemico, non mira a giudicare, a puntare il dito e nemmeno punta a creare un catalogo antropologico. Lo sguardo del fotografo è quello del giornalista che, invece di usare le parole, racconta con uno scatto fissando sulla pellicola la realtà. Come un rinnovato neorealismo mette al centro il racconto del quotidiano, della normalità, della natura così com’è.

Certo, la visione delle sue foto ci affascina e ci colpisce per quel sapore a volte esotico, perché ci portano lontano. Eppure, se le osserviamo con attenzione noteremo che ritraggono situazioni estremamente semplici, comuni. Ciò che ci cattura, invece, è la forma estetica molto precisa, una scelta cosciente e voluta.

“Nelle fotografie a colori c’è già tutto. Una foto in bianco e nero invece è come un’illustrazione parziale della realtà. Chi la guarda, deve ricostruirla attraverso la propria memoria che è sempre a colori, assimilandola a poco a poco. C’è quindi un’interazione molto forte tra l’immagine e chi la guarda. La foto in bianco e nero può essere interiorizzata molto di più di una foto a colori, che è un prodotto praticamente finito”.

L’interazione ovvero la relazione.

Guardare le foto di Salgado è, quindi, come incontrare.

Una persona, un contesto, una storia, un movimento.

Un incontro in cui avviene uno scambio, come se quella foto rispondesse a ogni sguardo in modo univoco, unico, personale proprio perché lo sguardo che ricevono è diverso ogni volta.

Una relazione viva che non lascia indifferenti, ma costringe a un cambiamento, sia emotivo che razionale, psichico ma anche fisico.

Tra le tante immagini di Salgado, c’è una foto in particolare che mi ha catturato.

Ritratto di una donna Tuareg, cieca.

Dallo sfondo nero appare una figura umana avvolta da un grande telo scuro.

È una donna, lo capisci dalle labbra e dagli occhi che, seppur privati della loro funzione primaria, non perdono la loro forza identitaria.

È una fotografia calma, desolata, commovente, forte.

È un ritratto in cui ognuno può trovare qualcosa di sé, in cui è raccontata l’umanità. Perché, in fondo, la capacità che più ci affascina di Salgado è quella di non farti sentire estraneo in questo mondo e di farti percepire l’altro, anche quando questo altro è lontano geograficamente oppure quando a essere ritratti sono animali o perfino luoghi, come compagno di viaggio, come familiari.

Le sue foto ci ricordano quanto siamo fratelli, quanto siamo colpevoli per il mondo in cui viviamo e quanto, allo stesso tempo, potremmo essere i responsabili del cambiamento.

Articolo pubblicato su “Dove non sono stato mai”, ultimo numero di HP-Accaparlante dedicato al viaggio.

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