Jonas Burgert: ciò che potrebbe essere

 

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Un artista contemporaneo che dipinge, che dipinge grandi tele a olio e che riflette sul rapporto tra illusione e fisicità non poteva essere cresciuto se non a Berlino, tra il prima e il dopo che vede nella caduta del muro il suo spartiacque. Un artista in bilico, quindi, continuamente in trattativa tra ciò che vediamo da una parte del muro e ciò che inventiamo che ci sia dall’altra; tra ciò che posso toccare e ciò che posso sentire, sia esso reale o inventato.

La riflessione che sta alla base dell’opera artistica di Jonas Burgert, prende spunto da tutto ciò e in particolare dall’indagare quel desiderio dell’umanità di trovare un significato alla vita al di là della fisicità. Da sempre questo bisogno ha portato l’uomo a percorre il limite tra reale e immaginario, tra quello che è visibile e quello che invece non si vede ma che è altrettanto reale, almeno nella nostra mente.

“Le mie illustrazioni esprimono ciò che potrebbe essere”, dice. Un reale possibile, quindi, non fisicamente percepibile ma che influenza il nostro essere e le nostre scelte in modo talvolta vincolante. La creazione di eroi, dei, figure mitiche, religioni sono il desiderio di andare oltre, di spiegare o di trovare un senso a quella parte di esperienza umana ancora misteriosa, nel modo più ampio possibile e che conviva pacificamente con il razionale che crede vero solo ciò che vede.

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Ecco allora che trovano senso i colori fosforescenti al fianco di creature mitologiche o fiabesche rappresentati come dipinti classici. I riferimenti alla pittura rinascimentale e fiamminga sono espliciti come la relazione con le teorie psicoanalitiche di Freud che si mischiano con riferimenti diretti alla cultura pop contemporanea.

Uno degli aspetti più interessanti delle opere di Burgert è il fatto che, a un primo e veloce sguardo, allo spettatore pare di riconoscere quelle scene. Ha la sensazione di avere tutto sotto controllo. Questo, probabilmente, è la risposta inconscia che abbiamo di fronte a qualcosa che armonizza uno stile del passato con una finzione tipica del contemporaneo; un’immagine realizzata secondo canoni estetici ormai interiorizzati insieme a una comunicazione mediatica. È in fondo una rappresentazione di ciò che ci succede quotidianamente, come se nella immensa quantità di stimoli che riceviamo ogni giorno e che ci restituiscono una confusione apparentemente ordinata, le immagini del pittore tedesco ci rassicurassero perché, pur nella loro ricchezza di particolari, non ci appaiono estranee pur essendolo.

È un grande racconto dell’umano, in cui vengono rappresentate le infinite sfaccettature dell’essere. Le opere di Burgert restituiscono alla nostra coscienza quello che il nostro inconscio vuole celare, svelano alla nostra mente quello che la nostra stessa mente tende a definire onirico.

Se dovessi fare un parallelo letterario, penserei alla Divina Commedia di Dante, capace di raccontare la società civile e la struttura umana del suo tempo attraverso immagini allegoriche ma con un linguaggio che potremmo definire pop, contemporaneo e accessibile alla maggior parte della popolazione. Come Dante, anche il pittore berlinese, interpreta un sentimento, il proprio personale punto di vista che grazie al mezzo artistico diventa universale. La presentazione di una visione molto personale, altrimenti falsa, che deve essere rappresentativa però della situazione del genere umano, un ponte, potremmo dire, tra l’individuale e l’universale.

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“L’atto del dipingere è estremamente intimo. È come se presentassi la tua anima su un vassoio.” Ecco che l’intimità e l’onesta della proposta sono parti essenziali dell’opera del pittore berlinese che, non avendo paura di rendersi vulnerabile, riesce a rappresentare le fragilità umane: come in uno spettacolo teatrale ricco di colori e forme, tra fantasia e sogno ci conduce in un viaggio dentro e fuori, qui e oltre, tra certezze e desideri.

C’è infine un altro paradosso interessante nei dipinti di Jonas Burgert e ha a che fare ancora con l’apparenza. Le pitture, infatti, a un primo sguardo appaio molto decorate, ricche di orpelli, di abbellimenti. Questi elementi distraggono lo spettatore dal contenuto reale dell’opera e dalla tragedia spesso raccontata. Appare tutto piacevole anche quando, andando un po’ oltre, di piacevole c’è ben poco. Ma non è forse questo ciò che succede anche nella vita reale? Ci ritroviamo accerchiati da inutili decori che non fanno altro che intrattenerci, distraendoci dal contenuto, nascondendo le domande essenziali dell’esistere. Peccato o per fortuna, le questioni fondamentali rimangono e quando abbassiamo le difese, riemergono, nel buio della notte, portate per mano dal dolore, nel mondo libero dei sogni o chissà di fronte a un dipinto.

La ricchezza artistica di Jonas Burgert, forte e coraggioso a tal punto da esporre le sue insicurezze per avviare un dialogo con lo spettatore, è nella sua capacità di interpretare l’odierno restituendoci un’immagine di noi attraverso la quale fare un passo di coscienza. L’arte è lì per essere consumata dalla società. E se ci provocherà un’indigestione avrà comunque svolto il suo compito.

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