Humanae – Work in progress

20150925bwAugustSeen10-9Fin da quando siamo bambini, ci viene insegnato che se vogliamo disegnare una persona, dobbiamo stare attenti ai colori: gli occhi sono azzurri, neri o marroni, così come i capelli che sono neri, marroni, biondi o rossi.

E la pelle? Di che colore è? La pelle delle persone è rosa, ovviamente.

Un po’ alla volta, poi, scopriamo che ci sono alcune eccezioni e che quindi gli orientali dobbiamo colorarli di giallo, gli indiani d’America di rosso, gli africani di nero e qualcun altro anche di marrone.

Insomma, cresciamo rinforzando i nostri stereotipi, dividendo le persone in categorie e, soprattutto, imparando che c’è un colore giusto, il rosa e ci sono gli altri colori, il rosso, il giallo, il nero e il marrone, un po’ meno giusti

Angélica Dass è una fotografa brasiliana, sposata con uno spagnolo, di origine belga. Nata a Rio de Janeiro, vive a Madrid dove svolge il suo lavoro.

L’artista, prendendo spunto proprio dalla sua esperienza personale, da questa mistura di diverse origini, mette alla base dei suoi progetti l’idea di rompere con il pensiero comune che sostiene che certe cose devono essere come sono e non possono cambiare.

Perché una signora adulta non può mettersi dei calzini colorati?

Perché un bambino non può mettersi delle scarpe rosa?

Perché devo disegnare le persone usando solo cinque colori?

 

Anche a lei, infatti, come a molti europei, hanno insegnato che esistono differenti razze che si possono riconoscere attraverso il colore della pelle, che ci sono colori giusti e colori sbagliati e che alla basa di tutto ciò c’è un pensiero comune che definisce ciò che è accettabile e ciò che non lo è. Per smontare questa teoria Angelia Dass ha realizzato diversi progetti artistici.

In De pies a cabeza (Dai piedi alla testa), per esempio, vengono fotografati i piedi e il volto delle persone per poi essere messi a confronto. L’effetto, per lo spettatore, è quello di smarrimento perché gli abbinamenti sono inaspettati, le scarpe non sempre combinano con l’idea che ci siamo fatti della persona dopo averle visto il volto.

Il suo progetto più importante, però, è Humanae. Si tratta di una riflessione sul colore della pelle delle persone a partire dai codici che questo colore può rappresentare.

Classificando le tonalità del colore della pelle secondo la scala Pantone, azienda tradizionalmente conosciuta in tutto il mondo per catalogare i colori, la fotografa dimostra che siamo di così tanti colori differenti che sarebbe impossibile classificare tutte le etnie presenti sulla terra. In Humanae siamo tutti così diversi, che tutti siamo uguali.

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“Dividere la popolazione come bianca, nera, gialla, parda (marrone) o indigena è una delle cose più kafkiane che si possa fare, cominciando dalla parola indigena che non è un colore. La definizione ufficiale di “pardo”, poi, è una descrizione perfetta di questa confusione: ‘non bianco’ e non inquadrabile come giallo o nero. Questa mescolanza è una delle essenze dell’essere brasiliano.”

Proprio in Brasile comincia il percorso della fotografa, un work in progress che raccoglie già migliaia di foto.

I primi ritratti furono quelli dei suoi familiari, poi gli amici, i vicini e infine chiunque fosse interessato a partecipare al progetto. Attraverso il passaparola e i social network ha coinvolto centinaia di persone, prima nella sua città poi nel mondo intero. Ora Angelica, infatti, segue la sua mostra e invita gli abitanti delle città in cui viene ospitata a partecipare al progetto. Il suo obiettivo è quello di ampliare sempre più il numero di immagini. Non si pone limiti perché, in fondo, l’unico limite sarebbe quello di fotografare tutti gli uomini presenti sulla faccia della terra.

Humanae non è solo uno spunto di riflessione per lo spettatore che, guardando quel catalogo di ritratti e colori, viene messo di fronte a una verità tanto scontata quando negata. Il progetto coinvolge emotivamente tutti i partecipanti, ognuno dal proprio punto di vista.

“Prima di sedersi per essere fotografati, faccio una domanda – Qual è il tuo colore? – Quando la persona esce dallo studio, è ansiosa di scoprire a quale tonalità appartiene e quando lo scopre si stupisce sempre di quanto ciò cambi la sua forma di pensare.”

Questo ampio progetto fotografico, in fondo, afferma che siamo di un colore qualunque. Uno tra i tanti possibili, una sfumatura tra le infinite sfumature. Pur incentrandosi sulla definizione e la catalogazione dei colori, questo progetto artistico non vuole dare importanza al colore in sé, bensì al fatto che non è possibile scegliere e definire di che colore è la pelle di un essere umano.

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La fotografa, però, ci tiene a sottolineare che il suo non è un progetto con pretese educative. È arte. “Lascio il messaggio nell’aria, la gente lo vede e trae le sue conclusioni, magari il mondo, un giorno, la pensi come me.”

Perché in fondo è questa la cosa più interessante.

Aprire una breccia nel pensiero comune perché chiunque si trovi a voler disegnare una persona possa scegliere il colore che preferisce o che più lo rappresenta, senza pensare di sbagliare, senza avere la percezione che ci sia una scelta migliore e una peggiore.

Perché in fondo, alla domanda – Di che colore devo colorare la pelle? – la risposta giusta è: Qualunque!

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Articolo pubblicato sul numero monografico 5 della rivista HP-Accaparlante

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