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La diversità non è una scelta

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La diversità non è una scelta,
ma un dato di fatto!

Di questo parlo spesso con i bambini a scuola.
Che non sta a noi decidere se accettare o meno la diversità.
Perchè la diversità esiste e persiste nonostante la nostra approvazione.
E che la nostra approvazione non c’entra nulla con ciò che è naturale o meno.
La diversità, per esempio, è molto più naturale dell’uguaglianza.
Che consideriamo più accettabile solo perché più confortevole.

La diversità non è una scelta,
ma un dato di fatto.
Quello che possiamo scegliere, però, è come relazionarci con la diversità.

“Mentre Enrico pensava a tutto ciò, distratto, inciampò in una radice. Immediatamente si rialzò, si pulì le ginocchia e controllò che nessuno lo avesse visto.

Fissò la radice e sorrise.

Pensò a Paola e capì: come gli alberi, anche le persone hanno una parte nascosta e misteriosa che puoi conoscere solo se sei disposto a inciampare in loro.”
LaLezioneDegliAlberi

Siate coraggiosi,
siate liberi,
siate curiosi.

Inciampate!

16 maggio – #GiornataMondialeControLOmofobia

 

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Guardare una foto, incontrare il mondo e diventare responsabili del cambiamento

teaser_su_salgado_genesis_top_1304121414_id_681884Il sale della terra.

La gente, le persone, l’umanità.

Una genesi ininterrotta, la memoria dell’origine troppo spesso dimenticata in questo presente smemorato.

Genesi come fonte generante, ancora capace di far sgorgare dal principio, la vita.

In queste parole potremmo raccogliere il senso del lavoro artistico e professionale del fotografo brasiliano Sebastião Salgado.

Il grande pubblico l’ha conosciuto grazie al film che Wim Wenders ha realizzato per rendere onore alla sua arte e, in particolare, all’ultima parte del suo percorso fotografico. Il sale della terra, appunto, racconta la storia del fotografo, del suo profondo desiderio di rappresentare la fragilità umana e la natura nel suo aspetto originario, per “ricongiungerci con il mondo com’era prima che l’uomo lo modificasse fino quasi a sfigurarlo”.

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Van Gogh – Il pittore che sentiva con gli occhi

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Van Gogh – Semnatore al tramonto (1888)

Van Gogh non inventa, non aggiunge, non trasforma. Lui, semplicemente, ci offre se stesso, nonostante tutto.
Nonostante la depressione che lo costringeva a periodi di inedia e smarrimento. Nonostante il non-successo delle sue opere.
Nonostante i sogni che, uno per volta, si infrangevano tra le zolle della Provenza.
Nonostante tutto questo Van Gogh è protagonista del suo tempo e della storia perché… Continua a leggere

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Bambino speciale a chi?

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Illustrazione – Rebecca Dautremer

Tra le tante espressioni che si utilizzano per definire i bambini considerati diversi, quella che ho più difficoltà a sopportare è: bambino speciale!

Mi aspetto sempre che in risposta a: “Ma che bambino speciale che sei!”, il bambino dica: “Bambino speciale a chi?”.

Perché?

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untitled – diane arbus

Porre lo sguardo su certe realtà senza compassione è fondamentale.

La compassione, intesa come desiderio di bene per gli esseri viventi, è assolutamente augurabile, ma quando diventa atteggiamento pietistico, non accetta e definisce una distanza di sicurezza oltre la quale diventa difficile andare. Le fotografie dell’artista annullano proprio questa distanza e ci permettono una relazione empatica ma non devota, esageratamente emotiva. Guardando quegli scatti ti sembra veramente di entrare nei loro panni, di sentire il loro stato d’animo, percepisci persino l’allegria o lo smarrimento. Non ti senti uno spettatore distaccato ma non provi nemmeno il desiderio di piagnucolare, come fosse il modo migliore per dimostrare che certe situazioni di vita ti interessano.

Nelle foto, come nella quotidianità di ognuno di noi, l’altro, chiunque esso sia, non è strano perché diverso. Questo senso di estraneità è dato dal nostro sguardo. La diversità, intesa come definizione di vincitori e vinti, di migliori e peggiori, di assistenti e assistiti, è data proprio dal modo in cui noi “guardiamo” l’altro, in cui ci poniamo nella relazione con l’altro.

L’accettazione reciproca, forse anche mediata dalla presenza di una macchina fotografica, che la Arbus definiva con i soggetti che voleva fotografare, ribalta ancora una volta il senso comune.

Non c’è chi deve accettare e chi deve essere accettato. In una relazione che funzioni entrambi i protagonisti sono chiamati e autorizzati a fare un piccolo sforzo. Mi vengono allora in mente tante storie di educazione nelle quali insegnanti o educatori o assistenti si arrogano il diritto della fatica dell’accettazione dell’altro/assistito, bambino o anziano o disabile, come fosse un privilegio donato, un’approvazione che viene concessa dall’alto. Mentre l’assistito deve stare zitto, non ha diritto di domandarsi, di capire, di affrontare la fatica dell’accettazione. Uno vale l’altro, comunque, a qualunque condizione.

“Voglio fotografare i rituali degni di nota del nostro presente, dato che tendiamo, vivendo qui e ora, a percepirne solo la parte casuale, arida, informe. E mentre lamentiamo che il presente non somigli al passato e disperiamo che possa mai diventare il futuro, i suoi innumerevoli e imperscrutabili aspetti giacciono in attesa del loro significato.”

Pubblicato su HP-Accaparlante 2012/4

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artwork_images_138991_257064_diane-arbus2-0809112227070 da02-web diane_arbus_untitled diane-arbus-a-family-on-their-lawn-one-sunday-in-westchester-new-york-1969  l2Untitled-08-338x338  untitled-7-diane-arbus-1970-71Ahmad el Abed, and his friend Rajab Arna'out. Madani's parents' home, the studio, Saida, Lebanon, 1948-53. Hashem el Madani 2007 by Akram Zaatari born 1966

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siamo tutti deficienti ma…

Possiamo dirlo senza troppi timori, senza preoccuparci di fare brutta figura o abbassare la nostra autostima.

Siamo tutti deficienti.

Nel senso letterale del termine.

A tutti manca qualcosa.

A chi qualche grado nella vista, a chi la capacità di coniugare i verbi, a chi l’ironia o, al contrario, la serietà, a chi la capacità di cucinare oppure di fare i conti a mente. A qualcuno manca l’uso delle gambe oppure il pollice verde, a qualcuno l’ordine a qualcun altro la capacità di orientarsi in città.

Insomma, ognuno ha il proprio deficit.

Qualcuno però ne ha di più.

Siamo tutti deficienti ma qualcuno un po’ di più

No, non mi riferisco alle persone con disabilità ma a qualcun altro.

A chi, per esempio, parcheggia la propria auto in un posto per disabili poi, quando viene multato  taglia le gomme del malcapitato che l’ha denunciato. Ma è un po’ più deficiente anche quell’insegnante che pretende che il bambino con disabilità trascorra tutto il tempo scolastico fuori dalla classe oppure quel genitore che propone alla figlia con sindrome di Down, di modificare i tratti somatici dal chirurgo estetico oppure quella persona con disabilità che pretende diritti ma non vuole i doveri o, infine, quel politico che si riempie la bocca della parola diversamente abile poi, però, taglia, a causa della terribile e maledetta crisi, gli interventi a sostegno degli handicappati.

Insomma siamo tutti deficienti, però qualcuno lo è di più quando non accetta la propria deficienza e si comporta da… come posso dire… diversamente… no… ecco, quando si comporta da stronzo!

Perché in fondo, diciamocelo, il deficit non centra nulla, è una questione di diritti, civiltà ed educazione.

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