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Il razzismo inconsapevole

Due piccoli eventi, successi a qualche giorno di distanza l’uno dall’altro, mi hanno permesso di riflettere su un tema a cui sto dedicando un po’ di spazio: quanto il razzismo sia insito in ognuno di noi, nelle nostre azioni quotidiane e nell’uso inconsapevole di immagini e parole.

Due eventi differenti ma molto simili.

Dopo gli insulti razzisti rivolti al calciatore del Napoli ma di origini senegalesi Kalidou Koulibaly, un pizzaiolo napoletano, per dimostrare il proprio sostegno al giocatore e protestare contro i cori della tifoseria avversaria, si è dipinto la faccia di nero e ha lavorato un giorno intero così camuffato.

Di fronte a questo gesto apparentemente positivo e utile, si sono alzate alcune voci critiche, tra questequella della scrittrice italo-somala Igiaba Scego, che hannosottolineato come l’azione di truccarsi la faccia di nero per assomigliare a un nero siain realtà una pratica razzista. Tecnicamente chiamata Blackface, questo modo di farevenivautilizzato per rappresentare una parodia dell’uomo nero, esaltandole sue caratteristiche fisiche che diventavano parte integrante di un’ironia caricaturale basata su stereotipi razzisti (il nero buffo, tonto, servile…).

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Un atto apparentemente innocuo soprattutto per chi non ne conosce la storia e ha scarsa consapevolezza riguardo la sua valenza simbolica (e in Italia purtroppo siamo molto ignoranti per ciò che riguarda la storia della cultura nera, dell’Africa e della colonizzazione, soprattutto quella italiana).Di fronte alle parole di Igiaba molti hanno commentato che in fondo il valore del gesto dipende dal contesto, che l’intenzione del pizzaiolo era diversa e che non c’era nulla di male in quella protesta, anzi eraun atto di sostegno.

Personalmente concordo con Igiaba infattimi chiedo: è possibile manifestare il proprio antirazzismo con elementi o azioni simboliche razziste o che si rifanno a pratiche razziste?

Per cercare una risposta e capire meglio ciò che voglio dire, riporto un altro esempio personale.

 

Qualche settimana fa ho scritto un lungo articolo sulle elezioni brasiliane (qui). Tra le parole che ho scelto per definire il trattamento riservato alle minoranze, ho utilizzato il terminedenigrare. Una parola corretta per definire l’atteggiamento di chi svaluta e svilisce l’altro mettendo in luce aspetti negativi. La parola che volevo propriousare.

Poco dopo la pubblicazione, però, ricevo un messaggio della mia editrice brasiliana che mi invitava a ricercarnel’etimologia per valutare l’opportunità del suo utilizzo. Inizialmente non comprendo, penso anzi a un’incomprensione dovuta alla traduzione.

Fidandomi di lei cerco però il significatosullaTreccani:

denigrare v. tr. [dal lat. denigrare, der. Di niger«nero»; propr. «annerire», poi fig.]. – Cercare con intenzione malevola di offuscare la reputazione di una persona o di sminuire il valore di una cosa, col parlarne male.

Aveva ragione la mia editrice. Anche in questo caso non è difficile comprendere il peso discriminatorio di questa parola che abbina l’essere nero a qualcosa di negativo: denigrare=annerire=sminuire il valore di qualcosa.

37c9715fb95dbddff457e38573d3f0dfEcco quindi che il razzismo inconsapevole, spesso anche sostenuto da buone intenzioni, entra nel nostro linguaggio e nell’uso che facciamo di immagini o simboli portandoci a perpetuare un modello linguistico e sociale escludente
, distorcendo l’immagine dell’altro, mostrandone solo gli stereotipi. L’ignoranza, in questo caso, non è una scusante ma una colpa, non tanto personale, quanto sociale e culturale. Non possiamo non sapere, dobbiamo conoscere, informarci e liberarci da certi stereotipi per non esserne schiavi.

 

Buon proposito per il nuovo anno: usare le parole con maggiore consapevolezza per costruire contesti di significato e lotta inclusivi e liberi da stereotipi razzisti.

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Il dado è tratto – Il gioco della democrazia in Brasile

Il risultato delle elezioni è come una partita a dadi. Si lancia un dado e, a seconda della faccia che esce, si vince o si perde. In Brasile, però, pare che le facce del dado che gli elettori hanno lanciato prevedessero un risultato piuttosto scontato. Come mai? Cos’ha contribuito alla vittoria di un ex militare fascista? Quali sono i contenuti delle sei facce del dado che una volta lanciato ha determinato questo scenario?

Il dado è tratto

Entro nella stanza dell’albergo di San Paolo in cui resterò ospitato solo una notte infilo la tessera con la quale ho aperto la porta nell’apposito aggeggio che accende tutte le luci. Insieme alle luci si accendono anche l’aria condizionata e la televisione, entrambe inutili. Sul teleschermo compare un pastore che, di fronte a un’immensa folla di adepti, sta chiedendo a un pover’uomo come sia riuscito a guarire da un terribile eczema che ne ricopriva buona parte del corpo. L’uomo, intimidito dall’irruenza del pastore, racconta di come si sia cosparso dell’acqua benedetta dal medesimo pastore, di come l’abbia bevuta e grazie a quelle azioni sia guarito. Appaio foto a testimonianza. Applausi scroscianti. Afferro il telecomando e cambio canale. Un’altro pastore sta gridando alcuni versi della bibbia. Cambio ancora. Una pastora sbraita dichiarando miracoloso un fazzoletto benedetto da lei stessa, compratelo vi salverà.

Ecco, penso che pochi elementi come questo possano raccontare e spiegare la situazione in cui si trova il Brasile contemporaneo. Già 15 anni fa, quando per la prima volta misi piede sul territorio brasiliano, si parlava del potere del movimento evangelico giunto poderoso dagli Stati Uniti. Un movimento religioso-politico-economico, basato sullo sfruttamento della povertà e dell’ingenuità di parte della popolazione. Pastori ricchi, ricchissimi, venditori di speranza a caro prezzo. Già al governo in città e stati, da gennaio gli evangelici faranno parte del nuovo governo che per 4 anni dovrà prendere decisioni che cadranno come pietre sul paese più grande dell’America latina. Se a questi affianchiamo gli estremisti cattolici come il MBL- Movimento Brasil Livre, in minore quantità ma pur sempre attivi nello scenario socio politico del paese, scopriamo la prima faccia del dado che, una volta lanciato, ha determinato la vittoria di una proposta politica fondata sulla menzogna, la circonvenzione e l’affermazione di posizioni razziste, fasciste e medioevali come è esplicitato anche dal motto nazista usato dal presidente: Brasile prima di tutto! Dio prima di tutti!

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Non è un caso che la prossima ministra della donna, della famiglia e dei diritti umani sia una pastora evangelica che ha dichiarato, tra l’altro, che ora è il tempo della Chiesa di governare ed educare, che il posto della donna è in casa, che i gay sono contro natura. Uno stato un po’ meno laico, consegnato nelle mani di individui che fanno della religione il loro strumento di potere. Contraddittori, interessati più alla forma che alla sostanza. Al crocifisso come simbolo identitario e non come segno di amore incondizionato. Che preferiscono inventare false teorie piuttosto che alimentare una vera ricerca della verità. Basti pensare a come si creano paure quali la teoria gender o a progetti come Scuola senza partito volti a limitare la libertà dell’insegnante e il lavoro, necessario e prioritario della scuola, di educazione a una coscienza critica. Le destre brasiliane, per esempio, hanno creato la falsa notizia di un Kit gay che la sinistra avrebbe introdotto nelle scuole per far sì che i bambini diventassero gay. Non è mai esistito nessun kit gay, così come non esistono progetti di manipolazione dell’identità sessuale. Eppure molte persone preferiscono crederci, si sentono più sicure individuando in una minoranza un nemico da combattere.

Io sono maschilista

E a proposito di minoranze, durante alcuni degli incontri che ho avuto la possibilità di fare in queste ultime settimane passate in Brasile, con insegnanti, studenti universitari e pubblico in generale, abbiamo molte volte riflettuto sul significato delle parole stereotipo e di come queste determinino la società in cui viviamo che, a sua volta, determina chi siamo. Chi cresce in una società maschilista è maschilista. Io sono maschilista, tutti noi lo siamo. Anche le donne sono maschiliste. Magari non esercitiamo attivamente atti macisti – anche se succede con più frequenza di quello che pensiamo – ma la nostra formazione lo è. E se non riconosciamo questo dato, se non accettiamo di dover confrontarci continuamente con lo stereotipo dell’inferiorità della donna (rappresentato quotidianamente nei media, nel lavoro, nel linguaggio – nell’assenza, per esempio, di un lessico femminile per definire certi ruoli – nella differenza di genere intesa come disuguaglianza) allora contribuiamo alla sua sopravvivenza e ne rafforziamo l’effetto. Ecco la seconda faccia di questo dado immaginario. Il Brasile, come gran parte (forse tutte?) delle società contemporanee è una società razzista e classista, che afferma continuamente differenze di classe a partire da parametri economici, familiari, sociali, estetici e fisici. Se sei nero e con i capelli ricci, per esempio, hai molte più possibilità di essere fermato o che ti venga chiesto un documento, rispetto a un tuo collega coetaneo di pelle bianca. I discorsi razzisti del neo presidente, volti a denigrare tutte le minoranze, sono stati accolti tiepidamente perché, in fondo, ciò che veniva detto era condiviso da molti, più o meno consapevolmente. Perchè anche chi si dice non razzista, essendo cresciuto in un contesto sociale razzista, razzista lo è. Solo che non lo sa o non vuole riconoscerlo. E da questo le odierne conseguenze, soprattutto la paura dell’altro inteso come nemico che porta a una chiusura, alla costruzione di muri. Mi fa paura ciò che non conosco e questa è una reazione normale, naturale. Ma è ciò che faccio con questa paura che fa la differenza tra razzismo e inclusione.

Ditatura militar jà”

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Quando due anni fa vidi un gruppo di manifestanti alzare cartelli con scritte chiedendo il ritorno della dittatura che in Brasile è stata sconfitta solo nel 1985, non potevo credere che qualcuno credesse davvero che una dittatura militare potesse essere la soluzione ai problemi del paese. Eppure quello che quei manifestanti chiedevano, nel giro di due anni si sarebbe realizzato. No, in Brasile non sì è instaurata una dittatura militare, questo no. Però un governo militare sì. Non solo perché il neo presidente è un ex militare. Non solo perché un terzo dei ministri sono ex militari. È un governo militare perché il neo presidente ha difeso più volte l’utilità di un metodo governativo militare, della gestione della criminalità attraverso la libertà dell’esercito di usare le armi senza preoccuparsi delle conseguenze e della perdita di un po’ di libertà a favore di una maggiore sicurezza. Il ritorno massiccio dei militari è stato possibile soprattutto per una mancata riflessione culturale, sociale e giudiziale sulla dittatura. Il Brasile, dicono molti osservatori, non ha mai fatto veramente i conti con la sua storia dittatoriale, preferendo una specie di memoria selettiva che dimentica quello che è difficile da digerire, come appunto la dittatura, ritenendola un semplice evento storico. La stessa memoria selettiva che permette al neo presidente di dire che gli africani, giunti a milioni come schiavi, si sono offerti volontariamente per divenire vittime. Ecco un’altra faccia del dado, l’ignoranza storica, l’incapacità di leggere il passato divenendo quindi vittime di un pifferaio capace di portare le persone dove vuole. L’idea che i militari, poi, possano essere la soluzione alla violenza e alla mancanza di legalità più che l’educazione e la convivenza civile proposta dall’equità sociale, mette in luce la fragilità di una democrazia certamente ancora giovane ma per la quale bisognerebbe lottare ancora più strenuamente. Così non è, almeno, per chi interpreta il potere come dominio sul più fragile a servizio dell’élite.

Analfabetismo funzionale

Un élite che ha prodotto il golpe che nel 2016 ha destituito la presidenta democraticamente eletta, Dilma Rousseff, e che in questi anni ha lavorato per il ripristino di una società esclusiva. Lo strumento che ha maggiormente favorito la vittoria del neo presidente sono stati i social network, in particolare Whatsapp. Sono milioni i messaggi di fake news inviati tra il primo turno e il ballottaggio e che hanno determinato in buona parte la vittoria dei fascisti. Messaggi superficiali che raccontavano menzogne sul PT e su Haddad. Messaggi veloci, letti senza poi approfondirne il contenuto, senza desiderio di ricercare la verità. Perchè in fondo poco interessa la verità dei fatti, preferiamo fermarci alla condivisione di notizie che apparentemente ci tranquillizzano, confermano il nostro odio, il rifiuto di un pensiero critico. La quarta faccia di questo dado immaginario che, una volta tirato, ha determinato la vittoria della destra, è l’analfabetismo funzionale che ha reso la maggioranza della popolazione vittima predestinata della scaltrezza comunicativa di chi è interessato solo al proprio potere e ha alimentato l’egoismo di chi vive nella paura di perdere qualcosa nel confronto con l’altro. La presenza di carnefici capaci di modificare la realtà, non toglie la responsabilità delle vittime di accettare tale ruolo. E non è sufficiente lamentarsi per essere stati sedotti o truffati. L’ignoranza non è una scusante. Spesso è la via più facile per deresponsabilizzarsi. Uno stato di diritto democratico dovrebbe impegnarsi per mettere tutti nelle condizioni di avere gli strumenti necessari alla comprensione del contesto. Dovrebbe occuparsi di offrire a ognuno ciò di cui necessita perchè lo stato sociale sia equo. Ma pare che, oggi, l’obiettivo di molti governanti sia quello di gestire le masse attraverso un alto grado di ignoranza collettiva.

Che è un po’ come dire: Siamo ancora una democrazia giovane, certi passaggi storici dobbiamo sperimentarli. Così mi ha detto un amico, una persona istruita e intelligente, un artista che conosco da tempo. Ha espresso il pensiero di una parte della popolazione. C’è poco da fare, la storia deve passare anche per purghe come questa, eliminare un nemico storico e accettare un golpe, un governo di estrema destra e poi si vedrà. Come se non fosse possibile una riflessione sulle esperienze del passato o di altri contesti sociali nazionali. Il voto brasiliano, in fondo, non è stato tanto quello a favore del neo presidente, è stato principalmente l’espressione di un odio anti PT, per la delusione di ciò che negli ultimi 14 anni non è stato fatto. Siamo bravi a dar per scontato le conquiste, a ritenere che siano il minimo indispensabile. Mentre non perdoniamo il tanto o il poco a cui non viene dato risposta. Il PT ha modificato radicalmente la società e l’economia brasiliana, permettendo a milioni di poveri di uscire dallo stato desolante in cui erano ridotti. Il PT, però, ha fatto anche tanti errori, il più grande forse è stato quello di “accettare” le regole della corruzione per poter intervenire in maniera veloce e significativa sulla società. L’ultimo errore della sinistra brasiliana, poi, quinta faccia del nostro dado, è stato quello di non essere riuscito ad andare oltre Lula prima che Lula si rivelasse un fardello troppo pesante. I vertici, principalmente, non hanno avuto l’umiltà di riconoscere gli errori e di diventare quella proposta nuova di cui i brasiliani avevano bisogno. 92852f2e88d8a5d9db75f1c9e3a66a59E nulla c’entra il comunismo. La sinistra brasiliana è e sarà sempre più una sinistra contemporanea, schierata, capace di soluzioni innovative pronte a mettere il capitalismo a servizio dell’uomo.
Haddad, che è stato un grande ministro dell’educazione e un ottimo sindaco di San Paolo, purtroppo non è riuscito a ribaltare il pensiero comune sul PT. Nonostante questo segni di speranza ci sono. L’unica donna eletta al governo di uno stato brasiliano, per esempio, è del PT. Piccoli avamposti di resistenza.

La faccia bianca

C’è un’ultima faccia nel nostro dado. La sesta. È una faccia bianca, vuota, senza numero. Anzi un numero ci sarebbe: 40 milioni. È il numero di persone che si sono astenute dal voto, lo hanno annullato o lo hanno lasciato in bianco. Un terzo dei votanti, praticamente. Un pezzo di popolo senza rappresentanti o incapace di fare una scelta o disinteressato. In sintesi, una protesta o una delega. Sarà interessante capire come questa grande percentuale di persone reagirà alle scelte del governo. Se nel silenzio del proprio voto si sentirà meno colpevole per i diritti che verranno ridotti, se riterrà di non avere colpe per il retrocesso sociale e culturale al quale si assisterà, se approfittando dei privilegi della propria classe farà un po’ di beneficienza al fine di lavarsi la coscienza. O se, invece, si pentirà di non aver posto un freno a un cambiamento così negativo.

Bisbigli resistenti

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Ricordo molte cose di queste giornate brasiliane tra Porto Alegre, San Paolo e Rio. Tanti volti, incontri, abbracci, profumi. Tra le esperienze che più mi hanno colpito, però, ci sono le chiacchiere con professori e studenti nei corridoi delle facoltà. Bisbigli resistenti, li ho definiti. Un confronto, spesso sconfortante, tra la realtà brasiliana e quella italiana in cui ci ritrovavamo a condividere le stesse preoccupazioni e una visione del futuro prossimo molto negativa, sotto voce, attenti a non essere scoperti da chi, in questo momento, sente di governare il potere e poterlo usare contro qualcuno e non a favore di tutti. I punti di contatto tra i due paesi sono davvero molti, più evidenti in uno e più sopiti nell’altro, ma drammaticamente gemelli.

C’è dell’altro però. L’idea che una resistenza sia possibile e che il nostro modo di resistere sarà quello di raccontare, di descrivere, di offrire la diversità dei punti di vista. Sarà una resistenza contro l’omologazione del pensiero, contro la riduzione dei diritti e contro una logica classista che ha il solo obiettivo di distinguere gli esseri umani in categorie. Una resistenza delle parole, dell’immaginazione e del futuro. Un vero e proprio bisbiglio che, partendo dal basso, si trasformerà in un canto di rivoluzione.

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Scrivere per tutti

Di fronte a una difficoltà possiamo attivare due atteggiamenti.

Lamentarci e richiedere che qualcuno ci risolva il problema.

Lamentarci e attivarsi per risolvere il problema richeidendo anche il coinvolgimento di chi di dovere.

(Sì, esatto, non sono contro il lamento in sé, può avere una funzione anche liberatoria!)

Questo è ciò che dico spesso ai e alle insegnanti che mi capita di incontrare e che sempre di più si trovano di fronte a situazioni complicate, alla gestione di gruppi con differenti abilità, con varie modalità di apprendimento, gruppi complessi.

(Ecco una domanda, solo per promuovere una riflessione comune: i gruppi sono complessi perché i bambini sono sempre più in difficoltà di fronte alle richieste della didattica o i gruppi sono complessi perché rispondono a una didattica inadeguata alle novità che portano i bambini oggi?)

Comunque.

Se è vero che di fronte alla difficoltà è certamente necessario e doveroso lottare per ottenere tutti gli strumenti necessari per realizzare un buon lavoro (risorse, strumenti, professionalità) è anche vero che c’è una parte di responsabilità professionale che è di ogni singolo insegnante e c’è uno spazio di azione che è attivabile nell’immediato che è proprio quello dell’insegnamento quotidiano.

Fermarsi, darsi un tempo per capire, osservare e poi proporre.

Il primo strumento compensativo per un bambino è proprio l’insegnante che nel suo agire quotidiano può mettere in atto adattamenti, strumenti, proposte che possano facilitare il percorso di apprendimento.

Facilitare, attenzione, non significa evitare l’impegno e la fatica necessaria alla crescita. Facilitare significa mettere tutti nelle condizioni di apprendere esprimendo il proprio potenziale.

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Ecco, per questo nasce il corso “Scrivere per tutti” che realizzerò a Sarmede dal 19.01.2019 al 20.01.2019 all’interno delle attività del Centro Documentazione Handicap di Bologna.

Un corso che si pone l’obiettivo di offrire strumenti concreti – teorici e pratici – perché ognuno possa rendere più accessibile un testo, una comunicazione, un percorso di apprendimento.

In sintesi, di fronte a una difficoltà, lamentatevi pure, lagnatevi, sbraitate poi però siate quegli agenti di cambiamento che i vostri studenti si meritano.

 

Il corso è aperto a tutti coloro che hanno il desiderio di apprendere e costruire una riflessione comune sul tema dell’accessibilità alla conoscenza. Potete iscrivervi sul sito della Fondazione Zavrel. Vi aspetto!

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Le minoranze non vengono difese

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Le minoranze non sono difese quando vive e poca giustizia hanno anche da morte.

Femmine uccise da mariti, fidanzati, padri.

(24 dall’inizio dell’anno)

Uccise, anche dopo aver denunciato.

Nessun piano antiviolenza però viene messo in atto

Ragazzini picchiati o suicidi a causa del bullismo omofobico.

(Ultimo in ordine di tempo un ragazzo picchiato in strada a Bologna).

Violentati sotto gli sguardi, a volte compiaciuti, della massa.

Nessun piano anti omofobia però viene preso in considerazione.

Anzi.

Le minoranze non vengono difese.

Vengono attaccate.

Lobby gay che mirano a modificare radicalmente l’ordine naturale delle cose, femmine che devono essere ricondotte a un ruolo sociale accettabile, cioè in casa e zitte.

Accusate di essere colpevoli quando invece sono le vittime.

Non solo dagli anti gender.

Non solo da trogloditi ignoranti.

Non solo dai fascisti.

Anche da noi.

Dai benpensanti che alla fine di una frase aggiungono però…

Dai “ho tanti amici gay” ma…

Dagli insegnanti che non vedono il bambino per quello che è ma per quello che ha.

Dai “gli uomini non piangono”!

Dai giochi che recludono la femmina a un ruolo di subalternità

Dai bisbigli quando passi e magari sei più effemminato degli altri.

Dagli scherzi da spogliatoio.

Dal “ma è solo un messaggio in un gruppo”.

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Parole, frasi, sguardi che recludono l’altro in una triste e sconsolata solitudine dalla quale è difficilissimo uscire perché fuori, chi ci aspetta, desidera solo la nostra sconfitta, una sorta di normalizzazione.

Io sinceramente me lo chiedo.

Mi chiedo cosa si attivi nella mente di alcune persone, quale bisogno deve soddisfare questo desiderio di classificazione. Il bisogno di affermarsi come migliore dell’altro, definendo l’altro come peggiore.

Sei un frocio, sei solo una donna, stai zitta,

Ne ho subiti e ne ho visti tanti di atteggiamenti di questo tipo. Frasi di adulti e di bambini che hanno già introiettato pesantemente lo stereotipo e che, più o meno inconsapevolmente, contribuiscono alla costruzione di contesti violenti e sessisti

A scuola, a casa, in campo, in tv. Ovunque.

Un piano educativo, una legge e un impegno. Quello di ognuno di noi. Per cambiare, da subito, le nostre abitudini linguistiche e relazionali.

Perchè la felicità di chi ci sta vicino dipende da noi, da ora!

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Buffalo Bella – Io sarò chi voglio

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Libri straordinari.

Che hanno la profondità per portarci dentro le storie di tanti, bambini e adulti, noi, i nostri compagni, i nostri vicini, colleghi, amici, persone che vivono l’esperienza dell’essere altro, non riconosciuti, spesso ricondotti a un’idea di normalità che tranquillizza solo chi normale pensa di esserlo.

Fu un colpo, un’esplosione

una bomba di notizia:

una lui

Chi cadeva dalle nuvole, chi pregava:

torna in te

una lei

Parole, solo parole, che essendo parole hanno l’altezza per elevarci oltre il nostro piccolo recinto, oltre quel pezzo di mondo che conosciamo o pensiamo di conoscere così bene. Parole che come una scala nel cielo ci portano sulle nuvole. Parole che una volta dette definiscono, finiscono la nostra identità.

Allo stato civile

non sanno come trattare

chi non sta in una sola casella

chi non sta in una sola vocale

Libri che verranno additati come pericolosi, perchè in effetti pericolosi lo sono. Come è pericolosa una chiave che apre nuove stanze, come una lente che permette di mettere a fuoco, come una primavera che sboccia, come la consapevolezza che ciò che pensiamo possa esistere, esiste veramente. In effetti  ciò che ci fa più para è ciò che esiste e che cerchiamo in tutti i modi di nascondere, negare, eliminare.

La diversità, per esempio, l’unicità, l’indefinibilità, le scelte, in fondo la libertà.

Anche di essere chi vogliamo, se essere noi stessi è riducibile a una scelta di volontà. Anche di essere lei invece che lui. Anche di amare chi porta le nostre stesse vocali.

io sono corso d’acqua

io sono questo corso d’acqua e scorro fino alla foce

là, io sono fiume

corrente contro marea

fino a che è l’oceano

immenso

dove nulla s’aggiunge,

nulla si toglie,

il riposo, la quiete,

la pace

e poi

né fiume

né corso d’acqua,

io sono l’onda

che traccio nell’oceano

io sono chi sono

io sarò chi voglio

Buffalo Bella

 

Buffalo Bella è un libro scritto da Olivier Douzou e tradotto magistralmente dalla bravissima Giusi Quarenghi, pubblicato da Edizione Settenove

Dal sito di Settenove:

“Ci sono persone che nascono e crescono sicure della propria identità – maschile o femminile – e il loro modo di vivere e comportarsi corrisponde alle aspettative del resto del mondo.
Ci sono persone, invece, che percepiscono di essere «altro » rispetto a ciò che appaiono e il loro modo di vivere più autentico e naturale non corrisponde a nessuna delle aspettative che la società ha su di loro.
Questa è la storia di una bambina appassionata di cowboy, che si diverte a confondere il lui e il lei, che qualcuno chiama Annabil, parafrasando Buffalo Bill, mentre lei preferisce farsi chiamare Buffalo Bella.

È un lui o una lei?
Se da bambina la confusione sembra un gioco buffo, crescendo la questione diventa tutt’altro che frivola.
Giocando con le rime e con le parole, Olivier Douzou e la traduzione italiana di Giusi Quarenghi narrano i dubbi di una bambina alla ricerca della propria identità.
Le vocali maschili, femminili e neutre, «o», «i», «a», «e», «u» sono sempre in grassetto, facilitando la lettura. Le illustrazioni, realizzate in nero, a matita grassa, evocano la ruvidità della narrazione e la sfocatura dell’identità che si va definendo.

Un libro raro, che ha avuto un grande successo in Francia, in grado di affrontare uno dei temi più spinosi e meno conosciuti della nostra epoca con poesia e serenità. “

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