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Lezioni sud-americane o della Primavera Letteraria Brasiliana

 

cover_facebook_plb_182_previewRicordate le Lezioni Americane di Italo Calvino?

Non sapete nemmeno di cosa si tratta?

Bene, vi rinfresco comunque la memoria. Calvino scrisse, in vista di alcune lezioni presso l’Università di Harvard, cinque riflessioni sui valori e le qualità che la letteratura del nuovo millennio avrebbe dovuto conservare. Sarebbero dovute essere sei, ma l’ultima non ebbe tempo di scriverla.

Ricardo Pigia, scrittore argentino, durante una conferenza nel 2000 a Cuba, Tre proposte per il nuovo millennio e cinque difficoltà, si propone di scrivere proprio questa sesta lezione. Non sarà la Consistenza, così come aveva progettato Calvino, ma il dislocamento “distanza, cambio di posto che significa uscire dal centro, lasciare che la lingua parli anche dai bordi, dalle periferie, da ciò che si sente, da ciò che viene dall’altro”.

Racconto questo perché leggendo e conoscendo il pensiero di Piglia ho capito alcune cose su di me, sulla mia scrittura, sul senso e l’opportunità che mi trovo tra le mani.

Come potremmo considerare questo problema dal punto di vista dell’America Ispanica, dell’Argentina, di Buenos Aires, di un sobborgo del mondo. Come vedremo il problema del futuro della letteratura e della sua funzione. Non come lo vede qualcuno in un paese centrale con una grande tradizione culturale. Proponiamo quindi questo problema a partire dai margini, dalle periferie delle tradizioni centrali. E questo sguardo diagonale ci dà una percezione, forse, diversa, specifica.”

C’è un vantaggio nel non stare nel centro, un possibile diverso punto di vista.

Il dislocamento offre uno sguardo distorto che mette in luce il nascosto, l’invedibile, forse lo scontato. Non solo!

Uscire dal centro e camminare lungo il margine, la frontiera, la soglia è anche una scelta etica, una posizione fisica e intellettuale.

Questo mi spiega, in buona parte, il mio scrivere in brasiliano.

È innegabile, il Brasile come tutta l’America del Sud, non è il centro. Come luogo, come cultura, come economia, come lingua.

Scrivere in portoghese brasiliano, non la mia lingua madre, mi obbliga continuamente a vedere i concetti – tematici, sociali, culturali, storici – in modo differente. Un dislocamento anche del pensiero attraverso cui leggere la realtà in modo alternativo.

Nel mio prossimo libro (di cui vi parlerò a breve) scritto direttamente in portoghese, ho camminato a lungo lungo il margine. Non è stato facile, è stato uno sforzo a tratti faticoso ma importante.

Uscire dall’idea di essere al centro del mondo, il centro del mondo per guardarci con altri occhi, per mettere in luce le nostre ombre e avere la possibilità, se lo vorremmo, di capire qualcosa di più sulla complessità della realtà che ci circonda. Dalla frontiera impareremo a porci più domande che risposte, a sentire col cuore di chi ci sta vicino e che, anche se batte alla stessa velocità del nostro, sente altri odori, respiri, sogni, impareremo che le parole non hanno lo stesso significato per tutti, che la contrapposizione non è la soluzione e che noi e l’altro, in fondo, siamo lo stesso.

In questo scenario, ha un valore ancora maggiore l’opportunità di partecipare nuovamente alla Primavera Letteraria Brasiliana, organizzata da un uomo pieno di folle speranza, il professor Leonardo Tonus, che si svolgerà in Europa a fine marzo.

Con oltre 50 romanzieri, poeti, illustratori e saggisti brasiliani e portoghesi (tra cui persone che ammiro moltissimo) parteciperò alla quinta edizione del Printemps Littéraire Brésilien che prevede dibattiti, letture, saggi letterari, workshop di scrittura creativa e presentazioni di libri organizzate in librerie, centri culturali, spazi istituzionali o rivolti all’insegnamento universitario e secondario.
La programmazione è già online sul nostro sito:https://www.printempslitterairebresilien.com/

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Chi vi guarda per quello che potete essere

5c09d353f8dc141be76a8d6340ab6d8d“Non dite mai che non ce la farete.” Così concludo spesso i miei incontri a scuola. “Non permette mai a nessuno di convincervi che non siete in grado, che non è possibile, che non valete abbastanza. Non permettetelo nemmeno a voi stessi.”

In uno degli ultimi incontri con una classe di quinta, quando ho detto questa frase, una voce si è alzata tra le altre: Evvvvaaaaiiii

Era quella di un ragazzino che, durante la chiacchierata, avevo visto attento e a cui avevo dato un cinque quando avevo raccontato Il mondo di Arturo, uno degli ultimi libri in cui racconto di come si sente un bambino dislessico. Avevo dato un cinque a lui e agli altri bambini “dis” qualcosa. Perché lo so come ci si sente quando hai una difficoltà, quando imparare è più difficile, quando non sei proprio come gli altri, quando le cose ti appaiono più difficili e spesso pensi: non ce la farò mai.

Il cinque simboleggia la mia comprensione. Per lo stesso motivo racconto delle mie difficoltà a scuola, dei testi che mi venivano sempre troppo corti, della lettura faticosa e a tratti incomprensibile, dell’autostima sotto i piedi perché mi sembrava di essere continuamente inadeguato, dell’idea di non essere capace e quindi di non lottare, dando per scontato che tanto andrà sempre nello stesso modo.

E sempre per lo stesso motivo poi racconto anche dei miei sogni, delle conquiste, del successo ottenuto con lavoro, con desiderio e con coraggio e con l’aiuto di tanti che mi hanno dato fiducia.

Una delle domande che i bambini e i ragazzi mi fanno più spesso è: Ti piace scrivere? Una domanda, in verità, che per loro è quasi una constatazione… se sei uno scrittore ti piacerà di certo anche scrivere. Io però rispondo No! e loro si stupiscono, rimangono confusi, cioè?

Rispondo di no perché purtroppo per loro, ma non solo per loro, ciò che è piacevole è anche facile. Cioè se una cosa ti piace significa che ti viene senza troppo impegno o sacrificio (che paura il sacrificio!).

Così non è invece. Per quanto mi riguarda, ma non riguarda solo me, c’è un piacere che è strettamente legato alla fatica, all’impegno e anche proprio al sacrificio. Così è la scrittura. A volte succede che un testo ti esca all’improvviso, come uno starnuto. Il più delle volte, invece, scrivere è come salire a una vetta. Richiede costanza, pause per riprendere fiato, attimi in cui ti senti scoraggiato e la meta ti sembra irraggiungibile, slanci e bellissimi scorci e subito dopo paura per un tratto pericoloso. È un piacere denso quello della scrittura – così come quello di tutte le cose che valgono la pena – che poi ti rimane addosso per lungo tempo, che ti sostiene e che ti riempie.

Per questo non possiamo permettere a nessuno di dirci che non ce la faremo mai, che la fatica non serve perchè non valiamo abbastanza: lasciamoli perdere questi maestri del pessimismo, non servono a nulla. Ascoltiamo, invece, chi ci sprona a fare del nostro meglio, chi ci mostra i nostri punti deboli, non per sminuirci ma perché solo se ne saremo consapevole potremo riconoscerli, accettarli, affrontarli e superarli.

Date ascolto a chi vi guarda per quello che potete essere, perchè quello sguardo è un attestato di fiducia, ti dice: Io mi fido di te e sono sicuro che insieme ce la faremo.

 

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Un 2017 pieno di libri

A fine anno si fanno classifiche, si tirano le somme, si fanno bilanci.

In questi ultimi giorni del 2017 vorrei anche io fare una piccola lista dei libri più belli che ho letto quest’anno.

Non è una classifica perché sono troppo pigro per decidere un ordine e nemmeno si tratta dei libri più interessanti dell’anno perché non sono così informato.

Sono libri che mi hanno conquistato e che consiglierei a tutti, per fare bei viaggi, passare buone ore e diventare un po’ più belli!

Che di bellezza ne abbiamo davvero bisogno!

– L’altro lato del mondo di Mia Couto (Sellerio)

– Un incantevole aprile Elizabeth con Armin (Fazi)

– L’imperfetta di Carmen Scotti (Garzanti)

– La verità sul caso Harry Quebert di Joël Dicker (Bompiani)

– Le otto montagne di Paolo Cognetti (Einaudi)

– L’arminuta di Donatella di Pietrantonio (Einaudi)

– Senilità e corto viaggio sentimentale di Italo Svevo (Newton Compton)

– Una vita come tante di Hanya Yanagihara (Sellerio)

– Gli occhiali d’oro di Giorgio Bassani (Feltrinelli)

– La vita com’è di Grazia Verasani (La nave di Teseo)

– Dall’esilio di Iosif Brodskij (Adelphi)

– Bobi Bazlen L’ombra di Trieste di Cristina Battocletti (La nave di Teseo)

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L’odore degli abbracci

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L’odore degli abbracci.
Mi rimane attaccato dopo un incontro.
Scendendo la strada tra gli alti palazzi, immerso nel verde della collina, con la voce stanca per aver letto e parlato tanto, con nelle orecchie le tante domande, lo sento.
E’ l’odore che ti lasciano gli abbracci.
Sui vestiti, sulle guance, tra le mani.

E ti ricordi di quel bambino che forse parla troppo e dice cose anche a vanvera per farsi sentire, per farsi vedere, per manifestare la sua presenza.
Quel bambini che però, per il potere magico delle storie e delle relazioni, hai chiamato vicino per fargli ripetere quello che ha detto, perchè avevi sentito che aveva detto una cosa interessante.
E lui, per timore di essere sgridato, aveva cambiato risposta. Allora lo hai guardato e gli hai detto di non avare paura e ripetere quello che aveva detto quando era al posto perchè aveva detto una cosa davvero intelligente.
E lui, allora, ti aveva guardato stupito, lo stai dicendo proprio a me? Ma sei sicuro? Io, intelligente?

E mentre cammini veloce per andare a prendere un autobus che speri passi in orario, l’odore dell’abbraccio che quel bambino ti ha impresso sul cuore si posiziona come il pezzo di un puzzle che comincia a far parte di te.
E speri che anche in lui abbia trovato posto un piccolo mattoncino che lo aiuti a sentirsi più forte, più consapevole, più libero.

Grazie piccolo abbraccio!

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Protetto: Che barba!

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