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La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre!

c80b3a7352635ca1128691035c07505cQualche giorno fa Debora Serracchiani ha detto che
“La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza.”
Tutti ad attaccarla.
Secondo me non le avete dato il tempo di finire la frase.
Forse voleva dire:
La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma più inaccettabile quando è compiuto…
da un marito che abbiamo contribuito a educare nelle nostre scuole e dal quale ci aspettavamo un comportamento più rispettoso e giusto;
da un prete che contribuiamo a mantenere con l’8 per mille e che dovrebbe rappresentare valori di rispetto e amore per l’anima e per il corpo;
da una forza dell’ordine che rappresenta la legge ed è chiamata a difenderci e proteggerci da chi ci vuole male;
da un boyscout che incarna il valore del buon ragazzo che aiuta l’anziana ad attraversare la strada;
da un medico nelle mani del quale mettiamo la nostra salute;
da un fornaio, un pescatore, un insegnante, un giocoliere, uno scrittore, un agricoltore, un presentatore…
Insomma, da uno.
Oppure forse, non so, suggerisco che forse voleva o avrebbe voluto dire semplicemente che:
La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre!

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Rifiuta di essere il primo bullo del tuo bambino

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Dove nasce il bullismo?
Quando nasce?
Quanto noi adulti siamo responsabili?

Parole di rifiuto, giudizio, paura.
Parole screditanti, denigratorie, offensive.
Parole stereotipo, pregiudizio, emarginazione.
Sostengo da tempo che le parole costruiscono la nostra identità.

Soprattutto per ciò che riguarda il bullismo e le differenze di genere, abbiamo bisogno di costruire un nuovo vocabolario che ci sostenga nel costruire un contesto nel quale le differenze siano valorizzate, riconosciute e rispettate.
Senza seguire i più banali pregiudizi: il rosa è delle femmine e l’azzurro dei maschi; i maschi son più forti e le femmine più deboli; i maschi con le macchinine e le femmine con le bambole.

Un nuovo vocabolario che formi il nuovo contesto nel quale potremo vivere. Un contesto che sia il primo antidoto alla violenza, al sopruso, alla discriminazione.

Ecco, in questo gli adulti che si occupano di educazione hanno un ruolo molto importante nel definire quel vocabolario emotivo necessario per dire cosa sentiamo, che ci faccia sentire accettati per ciò che siamo, che ci liberi dalla necessità di definire e categorizzare l’altro.

“Rifiuta di essere il primo bullo del tuo bambino”

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Il fardello dell’uomo bianco

Nel 1899 Rudyard Kipling pubblica la poesia Il fardello dell’uomo bianco.
La poesia diventata un manifesto in difesa delle azioni di conquista dei popoli europei che, caricandosi il fardello del loro essere bianchi e occidentali, partivano spinti dalla necessità di adempiere alla loro missione: colonizzare gli altri popoli della terra.
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Noi bianchi, in quanto bianchi, superiori, gli altri inferiori.
Per quanti anni siamo stati educati secondo questa logica?
 
Quando parliamo di razzismo dovremmo prestare attenzione proprio a questa idea, al fardello che, più o meno coscientemente, sentiamo di portare sulle spalle.
Un fardello fasullo, una convinzione che dobbiamo abbandonare altrimenti sarà difficile modificare le nostre azioni.
 
Io lo sento questo fardello.
Quando vedo una persona con la pelle di un altro colore, dentro sento una voce che mi dice che il mio essere bianco è un motivo valido per sentirmi migliore, dalla parte giusta del mondo, più adeguato alla vita.
 
Eppure l’unica cosa che dovrei sentire è il privilegio dell’uomo bianco. La grande occasione che ho avuto di nascere con la pelle del colore più fortunato, in un paese che è posizionato in quella parte di mondo semplicemente più fortunata.
 
Un privilegio, un vantaggio… e io che uso ne voglio fare?
Uso il mio privilegio per chiamare scimmie le persone nere.
Oppure uso il mio privilegio per costruire incontri, scambi, relazioni cioè inclusione?
 

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Morire per difetto

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Sapete cosa penso?

Che non è la droga ad avere ucciso Ilaria, Lamberto e tutti gli altri, sconosciuti. Non sono nemmeno l’alcol, i superalcolici dentro o fuori dalle discoteche, la velocità.

Certo, sono la causa oggettiva e tecnica che li ha portati alla morte.

Ma non credo che ci si possa lavare la coscienza dicendo che quei giovani sono morti per colpa di qualcosa, per eccesso nell’uso di una qualche sostanza.

Quelle persone non sono morte per eccesso bensì per difetto, per difetto di limiti.

Adesso penserete al limite come ostacolo: bene, giusto, proibire, vietare, chiudere, porre ostacoli insuperabili, segregare, relegare, impedire.

La paura, l’inadeguatezza, la preoccupazione ci farebbero dire e fare proprio questo.

Eppure, limite può voler dire anche qualcos’altro, per esempio opportunità, occasione, possibilità. Ecco allora che diventa più chiaro cosa intendo io per limite: offrire un’alternativa.

Perchè se io penso di non aver altre possibilità, di essere spacciato, se non trovo una parola, uno sguardo, una relazione che mi indica che c’è altro per me, allora penserò che quella pasticca sia l’unica scelta possibile, che bere fino a perdere coscienza sia la sola maniera di sopravvivere.

E a chi tocca il compito di offrire un’alternativa? Chi deve assumersi questa responsabilità?

Mah, tutti, direi, proprio tutti. Basta volerlo, deciderlo e farlo.

La famiglia, lo stato, la chiesa, gli educatori, la scuola, le discoteche, i produttori musicali, il cinema, gli scrittori, i ragazzi stessi, la tv, la radio.

Perché tutti, prima o poi, siamo passati, passiamo e passeremo un periodo della nostra vita nel quale sentiremo un vuoto profondo da riempire, un bisogno travolgente di essere amati, accettati, di andare bene per ciò che siamo, un bisogno di senso e significato, qualcuno che ci guardi e che ci riconosca, un luogo bello, bellissimo che ci tolga il fiato, un profumo che ci sconcerti, della parole che ci raccontino e ci facciano scoprire chi siamo, cosa desideriamo, che non siamo soli, che qualcun altro cammina come noi su questa terra, un po’ disperso, un po’ confuso, un po’ triste proprio come noi, una canzone che ci entri nelle vene, un viaggio lontano o vicino, un sentiero di montagna, un piatto ben cucinato, un’alba o un tramonto, una carezza, una mano stretta, un abbraccio e sapere che anche nelle tempeste della vita qualcuno al tuo fianco ci sarà sempre.

In fondo, tutti cerchiamo un’alternativa alla solitudine che, prima o poi, ci coglie e che ci fa sentire un vuoto incolmabile.

Sono conscio che offrire un’alternativa non è risolutivo e che ci sarà sempre qualcuno che sceglierà di spingere la propria vita oltre. Il nostro compito, però, non deve essere quello di imporre una scelta, ma di offrirla, di mostrare che non c’è mai una sola azione obbligata ma tante altre possibili.

Porre un limite cioè costruire un ponte sul vuoto, mostrare un nuovo orizzonte, scrivere la parola desiderio sulla spiaggia di un isola ancora sconosciuta, prendersi cura di sè e degli altri saltando insieme oltre il muro.

Ecco, così si offre un’alternativa.

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Se fossimo capaci di ricordare…

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27 gennaio 2015

Se fossimo capaci di ricordare ci scoppierebbe il cuore, desidereremmo strapparcelo dal petto.
Per quel dolore insopportabile.
Se fossimo capaci di ricordare impazziremmo, la nostra mente perderebbe il senno.
Per l’impossibilità di comprendere una tale tragedia.
Se fossimo capaci di ricordare resteremmo tutti in silenzio perché ogni parola ci sembrerebbe un’offesa.
Ogni pensiero, anche il più delicato e il più rispettoso, un giudizio.
Se fossimo capaci di ricordare, ahimè, non permetteremmo al ricordo di trasformarsi in nostalgia.
Ah! Che dolore, che profonda e infinita tristezza.
Se avessimo la coscienza per ricordare… piangeremmo, forse saliremmo su un albero, alto, per vedere se l’orizzonte esiste ancora, costruiremmo, un sassolino dopo l’altro, una storia nuova, ci sveglieremmo, nel mezzo della notte, per ascoltare la voce del mondo, balleremmo per chi non può ballare più e canteremmo un canto triste, un canto di libertà.
Se fossimo capaci di ricordare, saremmo uomini ed è banale, lo so, ma faremmo di tutto perchè ciò non accadesse di nuovo.

From Schindler’s List

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farsi prossimi

Tentativo di mettermi nei panni di Gino Strada.

Tento inutilmente di definire confini, proteggermi, per direzionare meglio le forze e gli interventi, ma le uniche frontiere che riconosco sono quelle umane, corpi come misteriosi involucri di carne e spirito che non hanno bisogno di check-point o permessi di soggiorno per essere attraversati.

“Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra. Per quanto possa sembrare solo un gioco di parole, la differenza, per me, la fanno le migliaia di persone che ho incontrato in questi anni.

Non metto in dubbio che la pace sia un obiettivo primario per il futuro dell’umanità, però, troppo spesso, per realizzarla qualcuno pensa che sia necessarie una ‘missioni di pace’.

Io no.

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