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La diversità non è una scelta

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La diversità non è una scelta,
ma un dato di fatto!

Di questo parlo spesso con i bambini a scuola.
Che non sta a noi decidere se accettare o meno la diversità.
Perchè la diversità esiste e persiste nonostante la nostra approvazione.
E che la nostra approvazione non c’entra nulla con ciò che è naturale o meno.
La diversità, per esempio, è molto più naturale dell’uguaglianza.
Che consideriamo più accettabile solo perché più confortevole.

La diversità non è una scelta,
ma un dato di fatto.
Quello che possiamo scegliere, però, è come relazionarci con la diversità.

“Mentre Enrico pensava a tutto ciò, distratto, inciampò in una radice. Immediatamente si rialzò, si pulì le ginocchia e controllò che nessuno lo avesse visto.

Fissò la radice e sorrise.

Pensò a Paola e capì: come gli alberi, anche le persone hanno una parte nascosta e misteriosa che puoi conoscere solo se sei disposto a inciampare in loro.”
LaLezioneDegliAlberi

Siate coraggiosi,
siate liberi,
siate curiosi.

Inciampate!

16 maggio – #GiornataMondialeControLOmofobia

 

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Il valore inclusivo dei contesti

“Nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo, gli uomini si educano insieme”

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Ieri ho concluso un percorso di formazione in provincia di Trento, sul valore inclusivo dei contesti e della comunità.
Due gruppi di lavoro diversi, due percorsi di grande valore.
E sperimento ancora una volta, come dice Paulo Freire, che i processi educativi hanno senso nel momento in cui portano un valore aggiunto a tutti i partecipanti.
Ancora di più: il percorso formativo è il percorso del gruppo intero, del quale anche il formatore fa parte… gli uomini si formano insieme.

Cosa ho imparato, quindi?
Il valore inclusivo dei contesti è come queste bolle.
Delicato
leggero
colorato
divertente
essenziale;
tante forme
vari colori
diverse grandezze
ognuno, uno!

E l’insegnante che fa?
Soffia!

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Rifiuta di essere il primo bullo del tuo bambino

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Dove nasce il bullismo?
Quando nasce?
Quanto noi adulti siamo responsabili?

Parole di rifiuto, giudizio, paura.
Parole screditanti, denigratorie, offensive.
Parole stereotipo, pregiudizio, emarginazione.
Sostengo da tempo che le parole costruiscono la nostra identità.

Soprattutto per ciò che riguarda il bullismo e le differenze di genere, abbiamo bisogno di costruire un nuovo vocabolario che ci sostenga nel costruire un contesto nel quale le differenze siano valorizzate, riconosciute e rispettate.
Senza seguire i più banali pregiudizi: il rosa è delle femmine e l’azzurro dei maschi; i maschi son più forti e le femmine più deboli; i maschi con le macchinine e le femmine con le bambole.

Un nuovo vocabolario che formi il nuovo contesto nel quale potremo vivere. Un contesto che sia il primo antidoto alla violenza, al sopruso, alla discriminazione.

Ecco, in questo gli adulti che si occupano di educazione hanno un ruolo molto importante nel definire quel vocabolario emotivo necessario per dire cosa sentiamo, che ci faccia sentire accettati per ciò che siamo, che ci liberi dalla necessità di definire e categorizzare l’altro.

“Rifiuta di essere il primo bullo del tuo bambino”

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Lo conosci il giovane Holden?

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Sì, sì, domani. Domani ne parliamo meglio, oggi sono troppo di fretta, devo scappare.” Giovanna prese al volo la borsa e corse fuori sbattendo la porta. Ormai era quasi un’abitudine, una mattina sì e una no, doveva ‘scappare’ e Andrea non riusciva mai a parlarle. Aveva anche tentato di scriverle una mail ma sua madre gli aveva risposto che l’avrebbe letta il giorno dopo. Giorno dopo giorno erano passate ormai due settimane.

Finì di bere il caffè, spense la tv e uscì sul balcone per fumarsi una sigaretta. Il giardino era così verde quella mattina, eppure non pioveva da molti giorni. Probabilmente l’erba aveva buone risorse a cui attingere. Non aveva lezioni quella mattina, sarebbe rimasto in casa e avrebbe poi raggiunto Michele e Lucio per pranzo al solito bar. Chiuse la porta finestra e tornò in camera. Si era fatto regale le due poltrone a sacco, una blu e l’altra verde, per il compleanno. Le desiderava da molto tempo, le aveva posizionate in camera, vicino alla lampada, era diventato il luogo ideale per leggere. Stava pensando ancora a sua madre, a come era cambiata dopo il divorzio, certo la capiva, gestire quella che era praticamente una nuova vita, non era facile. Fatto sta che aveva proprio bisogno di parlare con lei.

Per distrarsi un po’ decise di leggere qualcosa. Si avvicinò alla mensola rossa sulla quale metteva i libri non ancora letti. Ce n’erano una ventina, comprati qua e là negli ultimi mesi. Scelse il libro dalla copertina bianca , quello che aveva consigliato il prof a lezione.

Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne.”

Un buon inizio, pensò Andrea. Anzi, un inizio che era come un vestito su misura. E più andava avanti a leggerlo, più si immedesimava. La storia del giovane Holden gli piaceva, lo affascinava. Erano molto diversi lui e il protagonista ma, a tratti, anche molto simili. Entrambi alla ricerca di qualcosa. Smise di leggere solo quando suonò il cellulare. Era Michele. Era tardissimo. A quel punto però non aveva tanta voglia di uscire, rispose e liquidò l’amico con una scusa qualsiasi. Andò in cucina e si preparò un panino, prese una coca e tornò in camera. Dalle casse usciva la voce di Lou Reed, ottima colonna sonora per quel pranzo.

Finito il panino, bevve un sorso di coca cola poi uscì in terrazza per fumare un’altra sigaretta. Mentre osservava il fumo uscire dalle sue labbra decise che quella sera avrebbe parlato con sua madre. Non voleva finire come il giovane Holden, in fuga dalla scuola, dagli amici, dalla famiglia, da se stesso. Alla parola fuga preferiva la parola ricerca. Faceva un po’ spirituale però rendeva bene l’idea. Il divorzio aveva cambiato anche lui, i suoi equilibri e le sue certezze. Non sapeva più se ciò che stava facendo era ciò che desiderava, non era infelice però non era nemmeno soddisfatto. Sentiva il bisogno di fermarsi un po’, di cambiare aria, di allontanarsi da quel mondo conosciuto, di sperimentarsi in altri ruoli. Partire da sé per trovare se stesso. Aveva pensato al dove, gli erano passate per la testa tante mete, luoghi di ogni genere. Fuori dall’Italia, soprattutto. Si alternavano in lui eccitazione e smarrimento, fascino e paura. L’importante era trovare un’altra camera, un nuovo nido dal quale spiccare il volo.

Ancora una volta non si era reso conto del tempo passato. Se ne accorse solo quando sentì sua madre rientrare in casa. Uscì in fretta dalla sua camera.

– Mamma!
– Ciao Andrea, vado a farmi una doccia poi preparo la cena

– No, aspetta un attimo, ho bisogno di parlarti
– Ah! Già! Ma fammi fare una doccia prima, mi sento così…
– No mamma, per favore, non posso più aspettare, devo parlarti ora. Vieni un attimo in camera mia! Lo consoci il giovane Holden?

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La magia della fiducia

In questi giorni ho avuto l’opportunità di parlare con circa 150 bambini de Il mago di Oz.

Loro lo hanno letto con le insegnanti, successivamente abbiamo riflettuto su quello che ci aveva più colpito di questa storia. E come sempre succede, riflettendo insieme, condividendo i loro pensieri e le loro domande, mi hanno fatto molto pensare.16999192_1340528559359734_4285885372507366814_n

E ho pensato a quante volte noi adulti, siamo responsabili nel portare i bambini a credere di non andare bene così come sono, proprio come succede ai tre personaggi della storia: lo spaventapasseri che pensava di non essere intelligente, l’uomo di latta di non essere capace d’amare e il leone di non essere sufficientemente coraggioso.

Quante volte facciamo lo stesso con i bambini convincendoli che non sono abbastanza intelligenti, semplicemente perché non rispondono in modo standardizzato alle richieste che gli facciamo.

Quante volte affermiamo che avere un cuore è uguale a essere buoni escludendo o definendo come negative tutte le altre emozioni che, invece, sono semplicemente espressione del nostro essere e di come stiamo in un determinato momento.

Quante volte confondiamo il coraggio con la mancanza di paura, mentre essere coraggioso significa avere gli strumenti e la consapevolezza per affrontarla, quella paura.

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Insomma quante volte come educatori abbiamo fatto credere ai bambini che non andavano bene così come sono invece di sostenerli nel loro percorso di crescita, fatto di sfide e avventure e conquiste che possono realizzare solo se partono dalla loro unicità. E da una buona autostima, frutto principalmente di un bacio sulla fronte che vuol dire mi fido di te, so che ce la puoi fare e se inciamperai, non ti giudicherò ma ti allungherò una mano per aiutarti a rialzarti.

Dovremmo pensare un po’ di più al mago di Oz, certamente un ciarlatano ma capace, quando si mostra per quello che è, di fare una grande magia, mostrare ai tre personaggi della storia che non hanno bisogno di cercare fuori da loro ciò di cui sentono la mancanza!

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Giorno della memoria – Scuola Ciliani Prato

27 gennaio 2017, ho incontrato 6 classi IV della Scuola Primaria Ciliani di Prato che ha aderito al Festival un Prato di libri con il classico “Il diario di Anna Frank”.

L’occasione era, ovviamente, il Giorno della Memoria. I bambini avevano già riflettuto insieme alle insegnanti, sapevano tutto sui campi di concentramento, sulla razza ariana, sugli ebrei.

Con il mio contributo, piccolo piccolo, ho cercato di riportare questi temi così grandi e lontani nel tempo, all’oggi.

L’odio per l’altro che viene definito inferiore, nasce da ciò che intendiamo per diversità. Gli oltre 100 bambini di ieri avevano tanti colori diversi, i più svariati nomi, alcune disabilità, tanti modi di stare, intervenire, dire e pensare… la rappresentazione perfetta della società in cui viviamo, dove convivono e si arricchiscono tanti tipi e tanti modi di essere umani… il primo vero anticorpo contro la xenofobia.

Felice e orgoglioso di seminare speranza!

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Jonas Burgert: ciò che potrebbe essere

Dal 27 al 30 gennaio si svolgerà a Bologna Arte Fiera – Fiera Internazionale dell’Arte Contemporanea. La città si riempirà di eventi legati all’arte aperti a tutti. Tra questi, presso il MAMbo – Museo d’arte moderna di Bologna, inaugurerà la prima personale in Italia dell’artista tedesco Jonas Burgert. Di lui e delle sue opere ho scritto nella rubrica Incontro all’arte all’interno della rivista HP-Accaparlante (in uscita in questi giorni). Ecco qui l’articolo.

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Un artista contemporaneo che dipinge, che dipinge grandi tele a olio e che riflette sul rapporto tra illusione e fisicità non poteva essere cresciuto se non a Berlino, tra il prima e il dopo che vede nella caduta del muro il suo spartiacque. Un artista in bilico, quindi, continuamente in trattativa tra ciò che vediamo da una parte del muro e ciò che inventiamo che ci sia dall’altra; tra ciò che posso toccare e ciò che posso sentire, sia esso reale o inventato.

La riflessione che sta alla base dell’opera artistica di Jonas Burgert, prende spunto da tutto ciò e in particolare dall’indagare quel desiderio dell’umanità di trovare un significato alla vita al di là della fisicità. Da sempre questo bisogno ha portato l’uomo a percorre il limite tra reale e immaginario, tra quello che è visibile e quello che invece non si vede ma che è altrettanto reale, almeno nella nostra mente.

“Le mie illustrazioni esprimono ciò che potrebbe essere”, dice. Un reale possibile, quindi, non fisicamente percepibile ma che influenza il nostro essere e le nostre scelte in modo talvolta vincolante. La creazione di eroi, dei, figure mitiche, religioni sono il desiderio di andare oltre, di spiegare o di trovare un senso a quella parte di esperienza umana ancora misteriosa, nel modo più ampio possibile e che conviva pacificamente con il razionale che crede vero solo ciò che vede.

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Ecco allora che trovano senso i colori fosforescenti al fianco di creature mitologiche o fiabesche rappresentati come dipinti classici. I riferimenti alla pittura rinascimentale e fiamminga sono espliciti come la relazione con le teorie psicoanalitiche di Freud che si mischiano con riferimenti diretti alla cultura pop contemporanea.

Uno degli aspetti più interessanti delle opere di Burgert è il fatto che, a un primo e veloce sguardo, allo spettatore pare di riconoscere quelle scene. Ha la sensazione di avere tutto sotto controllo. Questo, probabilmente, è la risposta inconscia che abbiamo di fronte a qualcosa che armonizza uno stile del passato con una finzione tipica del contemporaneo; un’immagine realizzata secondo canoni estetici ormai interiorizzati insieme a una comunicazione mediatica. È in fondo una rappresentazione di ciò che ci succede quotidianamente, come se nella immensa quantità di stimoli che riceviamo ogni giorno e che ci restituiscono una confusione apparentemente ordinata, le immagini del pittore tedesco ci rassicurassero perché, pur nella loro ricchezza di particolari, non ci appaiono estranee pur essendolo.

È un grande racconto dell’umano, in cui vengono rappresentate le infinite sfaccettature dell’essere. Le opere di Burgert restituiscono alla nostra coscienza quello che il nostro inconscio vuole celare, svelano alla nostra mente quello che la nostra stessa mente tende a definire onirico.

Se dovessi fare un parallelo letterario, penserei alla Divina Commedia di Dante, capace di raccontare la società civile e la struttura umana del suo tempo attraverso immagini allegoriche ma con un linguaggio che potremmo definire pop, contemporaneo e accessibile alla maggior parte della popolazione. Come Dante, anche il pittore berlinese, interpreta un sentimento, il proprio personale punto di vista che grazie al mezzo artistico diventa universale. La presentazione di una visione molto personale, altrimenti falsa, che deve essere rappresentativa però della situazione del genere umano, un ponte, potremmo dire, tra l’individuale e l’universale.

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“L’atto del dipingere è estremamente intimo. È come se presentassi la tua anima su un vassoio.” Ecco che l’intimità e l’onesta della proposta sono parti essenziali dell’opera del pittore berlinese che, non avendo paura di rendersi vulnerabile, riesce a rappresentare le fragilità umane: come in uno spettacolo teatrale ricco di colori e forme, tra fantasia e sogno ci conduce in un viaggio dentro e fuori, qui e oltre, tra certezze e desideri.

C’è infine un altro paradosso interessante nei dipinti di Jonas Burgert e ha a che fare ancora con l’apparenza. Le pitture, infatti, a un primo sguardo appaio molto decorate, ricche di orpelli, di abbellimenti. Questi elementi distraggono lo spettatore dal contenuto reale dell’opera e dalla tragedia spesso raccontata. Appare tutto piacevole anche quando, andando un po’ oltre, di piacevole c’è ben poco. Ma non è forse questo ciò che succede anche nella vita reale? Ci ritroviamo accerchiati da inutili decori che non fanno altro che intrattenerci, distraendoci dal contenuto, nascondendo le domande essenziali dell’esistere. Peccato o per fortuna, le questioni fondamentali rimangono e quando abbassiamo le difese, riemergono, nel buio della notte, portate per mano dal dolore, nel mondo libero dei sogni o chissà di fronte a un dipinto.

La ricchezza artistica di Jonas Burgert, forte e coraggioso a tal punto da esporre le sue insicurezze per avviare un dialogo con lo spettatore, è nella sua capacità di interpretare l’odierno restituendoci un’immagine di noi attraverso la quale fare un passo di coscienza. L’arte è lì per essere consumata dalla società. E se ci provocherà un’indigestione avrà comunque svolto il suo compito.

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