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La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre!

c80b3a7352635ca1128691035c07505cQualche giorno fa Debora Serracchiani ha detto che
“La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza.”
Tutti ad attaccarla.
Secondo me non le avete dato il tempo di finire la frase.
Forse voleva dire:
La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma più inaccettabile quando è compiuto…
da un marito che abbiamo contribuito a educare nelle nostre scuole e dal quale ci aspettavamo un comportamento più rispettoso e giusto;
da un prete che contribuiamo a mantenere con l’8 per mille e che dovrebbe rappresentare valori di rispetto e amore per l’anima e per il corpo;
da una forza dell’ordine che rappresenta la legge ed è chiamata a difenderci e proteggerci da chi ci vuole male;
da un boyscout che incarna il valore del buon ragazzo che aiuta l’anziana ad attraversare la strada;
da un medico nelle mani del quale mettiamo la nostra salute;
da un fornaio, un pescatore, un insegnante, un giocoliere, uno scrittore, un agricoltore, un presentatore…
Insomma, da uno.
Oppure forse, non so, suggerisco che forse voleva o avrebbe voluto dire semplicemente che:
La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre!

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Il valore inclusivo dei contesti

“Nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo, gli uomini si educano insieme”

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Ieri ho concluso un percorso di formazione in provincia di Trento, sul valore inclusivo dei contesti e della comunità.
Due gruppi di lavoro diversi, due percorsi di grande valore.
E sperimento ancora una volta, come dice Paulo Freire, che i processi educativi hanno senso nel momento in cui portano un valore aggiunto a tutti i partecipanti.
Ancora di più: il percorso formativo è il percorso del gruppo intero, del quale anche il formatore fa parte… gli uomini si formano insieme.

Cosa ho imparato, quindi?
Il valore inclusivo dei contesti è come queste bolle.
Delicato
leggero
colorato
divertente
essenziale;
tante forme
vari colori
diverse grandezze
ognuno, uno!

E l’insegnante che fa?
Soffia!

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Rifiuta di essere il primo bullo del tuo bambino

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Dove nasce il bullismo?
Quando nasce?
Quanto noi adulti siamo responsabili?

Parole di rifiuto, giudizio, paura.
Parole screditanti, denigratorie, offensive.
Parole stereotipo, pregiudizio, emarginazione.
Sostengo da tempo che le parole costruiscono la nostra identità.

Soprattutto per ciò che riguarda il bullismo e le differenze di genere, abbiamo bisogno di costruire un nuovo vocabolario che ci sostenga nel costruire un contesto nel quale le differenze siano valorizzate, riconosciute e rispettate.
Senza seguire i più banali pregiudizi: il rosa è delle femmine e l’azzurro dei maschi; i maschi son più forti e le femmine più deboli; i maschi con le macchinine e le femmine con le bambole.

Un nuovo vocabolario che formi il nuovo contesto nel quale potremo vivere. Un contesto che sia il primo antidoto alla violenza, al sopruso, alla discriminazione.

Ecco, in questo gli adulti che si occupano di educazione hanno un ruolo molto importante nel definire quel vocabolario emotivo necessario per dire cosa sentiamo, che ci faccia sentire accettati per ciò che siamo, che ci liberi dalla necessità di definire e categorizzare l’altro.

“Rifiuta di essere il primo bullo del tuo bambino”

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Essere se stessi, un rischio

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In queste ultime settimane ho incontrato molti e molte adolescentigiovani

A parte il grande senso di speranza
Perchè, diciamocelo, non esistono solo i bimbiminkia
Poi certo ci sono anche gli ormai populisti e qualche germe di fascistello
Però, al netto di ciò, a me questi 17enni/20enni mi sono proprio piaciuti, mi hanno dato un momento di allegria, uno sprazzo di cielo, un senso di possibile
Certo, sono tosti, ambivalenti, un momento interessati e combattivi e, subito dopo, completamente assenti e disinteressati
Sempre interessanti, però

Il nostro campo di incontro è stata la scrittura e la lettura
Molti non leggono libri, qualcuno scrive (anche se si vergogna a dirlo) eppure sono affascinati dall’esprimersi attraverso le parole, dal ritmo lento della penna sul foglio, dalla lettura e dall’ascolto del pezzo di vita che l’altro ha messo sulla carta

Quanta fragilità, quante incertezze e paure ma anche quale profondità, quale immensità e quante piccole gioie insignificanti
Il desiderio di potersi liberare dagli stereotipi, dalle costrizioni, dalle imposizioni sociali
Essere ascoltati, capiti, amati indipendentemente da tutto

Io ricordo bene la mia adolescente giovinezza
Siamo ancora gli stessi, sempre gli stessi
Alla ricerca di chi possiamo essere, interessati a esprimere il nostro potenziali senza che il giudizio degli altri ci condizioni
Lo so, la relazione con l’altro, anche quando vincolo, è un passaggio fondamentale
Ma sentirsi un palloncino accerchiato da spille pronte a pungerti appena cerchi di cambiare, di crescere, di elevarti, di diventare te stesso, soprattutto quando essere te stesso esce dagli schemi predefiniti di chi ti sta attorno, è difficile

Ti lascia la continua sensazione di essere sbagliato
Eppure, in quel desiderio-paura,c’è l’unico rischio che vale sempre la pena correre
Essere se stessi

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Lo conosci il giovane Holden?

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Sì, sì, domani. Domani ne parliamo meglio, oggi sono troppo di fretta, devo scappare.” Giovanna prese al volo la borsa e corse fuori sbattendo la porta. Ormai era quasi un’abitudine, una mattina sì e una no, doveva ‘scappare’ e Andrea non riusciva mai a parlarle. Aveva anche tentato di scriverle una mail ma sua madre gli aveva risposto che l’avrebbe letta il giorno dopo. Giorno dopo giorno erano passate ormai due settimane.

Finì di bere il caffè, spense la tv e uscì sul balcone per fumarsi una sigaretta. Il giardino era così verde quella mattina, eppure non pioveva da molti giorni. Probabilmente l’erba aveva buone risorse a cui attingere. Non aveva lezioni quella mattina, sarebbe rimasto in casa e avrebbe poi raggiunto Michele e Lucio per pranzo al solito bar. Chiuse la porta finestra e tornò in camera. Si era fatto regale le due poltrone a sacco, una blu e l’altra verde, per il compleanno. Le desiderava da molto tempo, le aveva posizionate in camera, vicino alla lampada, era diventato il luogo ideale per leggere. Stava pensando ancora a sua madre, a come era cambiata dopo il divorzio, certo la capiva, gestire quella che era praticamente una nuova vita, non era facile. Fatto sta che aveva proprio bisogno di parlare con lei.

Per distrarsi un po’ decise di leggere qualcosa. Si avvicinò alla mensola rossa sulla quale metteva i libri non ancora letti. Ce n’erano una ventina, comprati qua e là negli ultimi mesi. Scelse il libro dalla copertina bianca , quello che aveva consigliato il prof a lezione.

Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne.”

Un buon inizio, pensò Andrea. Anzi, un inizio che era come un vestito su misura. E più andava avanti a leggerlo, più si immedesimava. La storia del giovane Holden gli piaceva, lo affascinava. Erano molto diversi lui e il protagonista ma, a tratti, anche molto simili. Entrambi alla ricerca di qualcosa. Smise di leggere solo quando suonò il cellulare. Era Michele. Era tardissimo. A quel punto però non aveva tanta voglia di uscire, rispose e liquidò l’amico con una scusa qualsiasi. Andò in cucina e si preparò un panino, prese una coca e tornò in camera. Dalle casse usciva la voce di Lou Reed, ottima colonna sonora per quel pranzo.

Finito il panino, bevve un sorso di coca cola poi uscì in terrazza per fumare un’altra sigaretta. Mentre osservava il fumo uscire dalle sue labbra decise che quella sera avrebbe parlato con sua madre. Non voleva finire come il giovane Holden, in fuga dalla scuola, dagli amici, dalla famiglia, da se stesso. Alla parola fuga preferiva la parola ricerca. Faceva un po’ spirituale però rendeva bene l’idea. Il divorzio aveva cambiato anche lui, i suoi equilibri e le sue certezze. Non sapeva più se ciò che stava facendo era ciò che desiderava, non era infelice però non era nemmeno soddisfatto. Sentiva il bisogno di fermarsi un po’, di cambiare aria, di allontanarsi da quel mondo conosciuto, di sperimentarsi in altri ruoli. Partire da sé per trovare se stesso. Aveva pensato al dove, gli erano passate per la testa tante mete, luoghi di ogni genere. Fuori dall’Italia, soprattutto. Si alternavano in lui eccitazione e smarrimento, fascino e paura. L’importante era trovare un’altra camera, un nuovo nido dal quale spiccare il volo.

Ancora una volta non si era reso conto del tempo passato. Se ne accorse solo quando sentì sua madre rientrare in casa. Uscì in fretta dalla sua camera.

– Mamma!
– Ciao Andrea, vado a farmi una doccia poi preparo la cena

– No, aspetta un attimo, ho bisogno di parlarti
– Ah! Già! Ma fammi fare una doccia prima, mi sento così…
– No mamma, per favore, non posso più aspettare, devo parlarti ora. Vieni un attimo in camera mia! Lo consoci il giovane Holden?

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La magia della fiducia

In questi giorni ho avuto l’opportunità di parlare con circa 150 bambini de Il mago di Oz.

Loro lo hanno letto con le insegnanti, successivamente abbiamo riflettuto su quello che ci aveva più colpito di questa storia. E come sempre succede, riflettendo insieme, condividendo i loro pensieri e le loro domande, mi hanno fatto molto pensare.16999192_1340528559359734_4285885372507366814_n

E ho pensato a quante volte noi adulti, siamo responsabili nel portare i bambini a credere di non andare bene così come sono, proprio come succede ai tre personaggi della storia: lo spaventapasseri che pensava di non essere intelligente, l’uomo di latta di non essere capace d’amare e il leone di non essere sufficientemente coraggioso.

Quante volte facciamo lo stesso con i bambini convincendoli che non sono abbastanza intelligenti, semplicemente perché non rispondono in modo standardizzato alle richieste che gli facciamo.

Quante volte affermiamo che avere un cuore è uguale a essere buoni escludendo o definendo come negative tutte le altre emozioni che, invece, sono semplicemente espressione del nostro essere e di come stiamo in un determinato momento.

Quante volte confondiamo il coraggio con la mancanza di paura, mentre essere coraggioso significa avere gli strumenti e la consapevolezza per affrontarla, quella paura.

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Insomma quante volte come educatori abbiamo fatto credere ai bambini che non andavano bene così come sono invece di sostenerli nel loro percorso di crescita, fatto di sfide e avventure e conquiste che possono realizzare solo se partono dalla loro unicità. E da una buona autostima, frutto principalmente di un bacio sulla fronte che vuol dire mi fido di te, so che ce la puoi fare e se inciamperai, non ti giudicherò ma ti allungherò una mano per aiutarti a rialzarti.

Dovremmo pensare un po’ di più al mago di Oz, certamente un ciarlatano ma capace, quando si mostra per quello che è, di fare una grande magia, mostrare ai tre personaggi della storia che non hanno bisogno di cercare fuori da loro ciò di cui sentono la mancanza!

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Un voto non definisce il valore di una persona

Qualche giorno fa, dopo aver condiviso alcuni voti delle pagelle, ho inviato alle mie nipoti questo messaggio:

Per quanto mi riguarda, nel bene e nel male, un voto non definisce mai il valore di una persona, casomai ne valuta l’impegno, una prestazione o una capacità. Voi valete indipendentemente dai vostri voti e siete belle persone non per quello che fate ma per quello che appunto siete.

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Foto di Robert Doisneau

In questo periodo in cui si parla di scuola e apprendimento e si distribuiscono colpe come fossero coriandoli a carnevale, mi convinco sempre più che uno dei primi problemi è legato al fatto che abbiamo sovrapposto apprendimento e giudizio e il voto come principale parametro del valore di una ragazza o di un ragazzo. A scuola come a casa. Se vai bene a scuola sei bravo, se non vai bene a scuola non sei bravo.

Abbiamo ridotto l’apprendimento a un’azione senza scopo. Come se apprendere fosse principalmente una questione di prestazione. Come se l’imparare avesse valore solo in base alla valutazione che un’altro esprime su di noi. In ogni ordine di scuola. In ogni contesto educativo.

Eppure, l’apprendimento non è un’attività che ha a che fare solo con la volontà. Se non dialoga con la passione, se non provoca la sfida, se non fabbrica endorfine allora è destinato alla sconfitta.

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Illustrazione di Davide Bonazzi

Apprendere, soprattutto oggi in cui il puro reperimento delle informazioni è semplicissimo, deve abbinarsi allo scoprire, all’inventare e al creare.

E se è necessario definire parametri e obiettivi comuni, allo stesso tempo è indispensabile valorizzare i diversi percorsi che ci permettono di raggiungerli. E chi è responsabile dei processi didattici ed educativi dovrebbe, anche attraverso percorsi di formazione obbligatori, apprendere a valutare la diversità del giovane allievo come un alleato e non come un ostacolo. Quelle caratteristiche che sentiamo come distorte perché differenti dal nostro modo consueto di pensare e essere come occasioni.

Apprendere, come fare l’amore, deve fare battere il cuore, deve far sudare, deve far desiderare qualcosa che ha a che fare con l’infinito.

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