Il mondo di Arturo

Il mondo di Arturo è un libro per ragazzi con le illustrazioni dell’artista João Vaz de Carvalho pubblicato, per ora, solo in Brasile (O mundo de Arturo – Editora Nós).

Si tratta di un libro a cui tengo molto, per molti motivi.

Perché parla di cavalieri, desideri e mulini a vento.

Di amore, coraggio e poesia.

Perché parla un po’ di me, della mia storia in relazione alla scuola e alla fatica che ho fatto per imparare a imparare.

Perché parla di fiducia e di quanto è importante che le persone ti sostengano nella scoperta delle tue potenzialità.

Perché è un libro colorato, con bellissime illustrazioni e pieno di emozioni.

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Arturo, a scuola, aveva un sacco di problemi.

La maestra che gli ripeteva continuamente le stesse cose.Devi leggere di più!”Devi scrivere meglio!”Devi studiare con più impegno!”


Alcuni compagni che non perdevano occasione per prenderlo in giro.Chi ti ha tagliato i capelli? Il macellaio?”Bella questa maglia… te l’ha imprestata tuo nonno?”Quella è una palla. Devi calciarla, non caderci sopra!”

E le risate che riempivano l’aula a ogni parola sbagliata.Che cosa hai detto?!”Non hai ancora imparato a leggere?”Sei normale?”

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Sulla pagina del libro, Arturo combatteva una terribile battaglia finché, all’improvviso, le lettere si scioglievano nella carta come lo zucchero dentro il tè caldo. Allora le cercava, guardava dappertutto, perfino sotto al banco, ma non le trovava. Aspettava, respirava, non voleva alzare lo sguardo e trovare tutti quegli occhi che lo guardavano come fosse un condannato. Nonostante tutto, provava lo stesso a dire una parola! Quasi sempre, però, era sbagliata oppure ci aveva messo troppo tempo. E di tempo non ce n'era, bisognava fare in fretta, non potevano di certo aspettare tutti lui, che era “distratto, svogliato e non studiava abbastanza”. E con le lettere, a quel punto, anche Arturo scompariva, nascosto dietro una virgola o sotto un punto, messo tra parentesi, cancellato con la gomma.

Ma in fondo a chi poteva importare? Ormai l’aveva capito che non valeva niente.

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Tu zio sei solo un desideratore” gli disse un giorno Arturo.Un cosa?”Un desideratore!”E chi sono i desideratori?”Sono quelli che hanno desideri impossibili.”Ma non esistono desideri impossibili” rispose lo zio “esistono solo i desideratori, come li chiami tu: quelli che si prendono cura dei loro desideri e quelli che se li dimenticano dentro un cassetto. E tu, Arturo, che tipo di desideratore sei?”Un desideratore incapace, zio!”E perché?”Perché sbaglio sempre tutto.”Uhm… Arturo sai qual è lo sbaglio più grande che può fare un uomo?”

“… quale?”Smettere di credere in se stesso!”Anche quando sai che non sarai mai capace di realizzare alcun desiderio?”Nessun desiderio è irrealizzabile se qualcuno crede in noi e ci vuole bene.”Allora io sono fortunato.”Perché?”Perché io ho te!”
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Dimmi che ti fidi di me

“Nessun bambino è perduto
se ha un insegnante che crede in lui”
Questa bellissima frase è, forse, una delle più disattese nei percorsi educativi e didattici della scuola. Per mille ragioni, spesso molto comprensibili.
Ieri ho incontrato un bel gruppo di insegnanti della città di Forlì a cui ho parlato del mio mestiere di scrittore, dei miei libri, di ciò che sta dietro la scrittura. Ho condiviso anche un po’ della mia esperienza scolastica.
Ho raccontato di come per tanto tempo abbia creduto di non essere bravo, di non essere capace, di essere un po’ stupido.
Alcune difficoltà nello scrivere mi avevano spinto a credere che scrivere e leggere non mi piacesse, che fossero attività noiose e inutili.
La fatica che facevo, per molto tempo, ha nascosto il desiderio e quindi il piacere che è una delle motivazioni più forti dell’apprendimento.
Il momento in cui qualcosa è cambiato è stato quando, alle superiori, una professoressa mi ha rimandato in italiano dandomi come compito quello di leggere 12 libri e dicendomi: io credo in te, nelle tue potenzialità per questo ti sfido, per questo mi fido di te.
Ecco, agli insegnanti di ieri come a quelli che mi leggeranno ricordo che il bambino e il ragazzo che si trovano di fronte sono una sfida e che il primo alimento con cui aiutarli a crescere è la fiducia.
Fiducia nelle piccole azioni del quotidiano. Fiducia negli sguardi, nelle parole, nelle osservazioni che a volte pronunciamo con troppa leggerezza.
Fiducia che significa pensare un percorso individualizzato, che tenga conto della soggettività, delle abilità come delle mancanze.
Fiducia che significa adattare il metodo di insegnamento a chi mi trovo di fronte e non pretendere che avvenga il contrario.
Fiducia come continua innovazione e sperimentazione di strategie.
Fiducia anche nell’immaginare che non esiste qualcosa che va bene per tutti e che forse i bambini vanno ascoltati un po’ di più quando esprimono i loro bisogni, perché l’adulto non è onnisciente e non sempre sa cos’è bene.
Fiducia, cioè andiamo insieme che se arriviamo è un successo per tutti se invece qualcuno si perde è una sconfitta, per tutti.
Dimmi che ti fidi di me, dicono, in ogni momento.
E noi come rispondiamo?
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Collegialità cioè me ne importa e mi sta a cuore perché è nostro!

Di Don Lorenzo Milani si possono dire tante cose.

Perché sono tante le piccole e grandi sollecitazioni che ci ha lasciato.

Sia per quanto riguarda la Chiesa che per quanto riguarda la scuola e l’educazione in generale.

Uno degli aspetti per me più interessanti e che abbiamo un estremo bisogno di recuperare è il concetto di collegialità.

Il libro più famoso di Don Milani (ma non solo quello), Lettera a una professoressa non è suo o almeno solo suo ma è il risultato di un lavoro collettivo.

È scritto da molte mani, frutto di diversi punti di vista.

Al di là del contenuto, ancora entusiasmante per chi crede in una scuola che non “fa parti uguali tra diseguali”, la forma in questo caso è un invito, una proposta e una sollecitazione assolutamente attuale.

Per la scuola ma non solo.

Se la scuola, infatti, è proiezione della futura società, domandarci che scuola vogliamo oggi significa immaginare in quale società vogliamo vivere domani. Continua a leggere

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Humanae – Work in progress

20150925bwAugustSeen10-9Fin da quando siamo bambini, ci viene insegnato che se vogliamo disegnare una persona, dobbiamo stare attenti ai colori: gli occhi sono azzurri, neri o marroni, così come i capelli che sono neri, marroni, biondi o rossi.

E la pelle? Di che colore è? La pelle delle persone è rosa, ovviamente.

Un po’ alla volta, poi, scopriamo che ci sono alcune eccezioni e che quindi gli orientali dobbiamo colorarli di giallo, gli indiani d’America di rosso, gli africani di nero e qualcun altro anche di marrone.

Insomma, cresciamo rinforzando i nostri stereotipi, dividendo le persone in categorie e, soprattutto, imparando che c’è un colore giusto, il rosa e ci sono gli altri colori, il rosso, il giallo, il nero e il marrone, un po’ meno giusti

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La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre!

c80b3a7352635ca1128691035c07505cQualche giorno fa Debora Serracchiani ha detto che
“La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza.”
Tutti ad attaccarla.
Secondo me non le avete dato il tempo di finire la frase.

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