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Essere se stessi, un rischio

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In queste ultime settimane ho incontrato molti e molte adolescentigiovani

A parte il grande senso di speranza
Perchè, diciamocelo, non esistono solo i bimbiminkia
Poi certo ci sono anche gli ormai populisti e qualche germe di fascistello
Però, al netto di ciò, a me questi 17enni/20enni mi sono proprio piaciuti, mi hanno dato un momento di allegria, uno sprazzo di cielo, un senso di possibile
Certo, sono tosti, ambivalenti, un momento interessati e combattivi e, subito dopo, completamente assenti e disinteressati
Sempre interessanti, però

Il nostro campo di incontro è stata la scrittura e la lettura
Molti non leggono libri, qualcuno scrive (anche se si vergogna a dirlo) eppure sono affascinati dall’esprimersi attraverso le parole, dal ritmo lento della penna sul foglio, dalla lettura e dall’ascolto del pezzo di vita che l’altro ha messo sulla carta

Quanta fragilità, quante incertezze e paure ma anche quale profondità, quale immensità e quante piccole gioie insignificanti
Il desiderio di potersi liberare dagli stereotipi, dalle costrizioni, dalle imposizioni sociali
Essere ascoltati, capiti, amati indipendentemente da tutto

Io ricordo bene la mia adolescente giovinezza
Siamo ancora gli stessi, sempre gli stessi
Alla ricerca di chi possiamo essere, interessati a esprimere il nostro potenziali senza che il giudizio degli altri ci condizioni
Lo so, la relazione con l’altro, anche quando vincolo, è un passaggio fondamentale
Ma sentirsi un palloncino accerchiato da spille pronte a pungerti appena cerchi di cambiare, di crescere, di elevarti, di diventare te stesso, soprattutto quando essere te stesso esce dagli schemi predefiniti di chi ti sta attorno, è difficile

Ti lascia la continua sensazione di essere sbagliato
Eppure, in quel desiderio-paura,c’è l’unico rischio che vale sempre la pena correre
Essere se stessi

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Lo conosci il giovane Holden?

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Sì, sì, domani. Domani ne parliamo meglio, oggi sono troppo di fretta, devo scappare.” Giovanna prese al volo la borsa e corse fuori sbattendo la porta. Ormai era quasi un’abitudine, una mattina sì e una no, doveva ‘scappare’ e Andrea non riusciva mai a parlarle. Aveva anche tentato di scriverle una mail ma sua madre gli aveva risposto che l’avrebbe letta il giorno dopo. Giorno dopo giorno erano passate ormai due settimane.

Finì di bere il caffè, spense la tv e uscì sul balcone per fumarsi una sigaretta. Il giardino era così verde quella mattina, eppure non pioveva da molti giorni. Probabilmente l’erba aveva buone risorse a cui attingere. Non aveva lezioni quella mattina, sarebbe rimasto in casa e avrebbe poi raggiunto Michele e Lucio per pranzo al solito bar. Chiuse la porta finestra e tornò in camera. Si era fatto regale le due poltrone a sacco, una blu e l’altra verde, per il compleanno. Le desiderava da molto tempo, le aveva posizionate in camera, vicino alla lampada, era diventato il luogo ideale per leggere. Stava pensando ancora a sua madre, a come era cambiata dopo il divorzio, certo la capiva, gestire quella che era praticamente una nuova vita, non era facile. Fatto sta che aveva proprio bisogno di parlare con lei.

Per distrarsi un po’ decise di leggere qualcosa. Si avvicinò alla mensola rossa sulla quale metteva i libri non ancora letti. Ce n’erano una ventina, comprati qua e là negli ultimi mesi. Scelse il libro dalla copertina bianca , quello che aveva consigliato il prof a lezione.

Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne.”

Un buon inizio, pensò Andrea. Anzi, un inizio che era come un vestito su misura. E più andava avanti a leggerlo, più si immedesimava. La storia del giovane Holden gli piaceva, lo affascinava. Erano molto diversi lui e il protagonista ma, a tratti, anche molto simili. Entrambi alla ricerca di qualcosa. Smise di leggere solo quando suonò il cellulare. Era Michele. Era tardissimo. A quel punto però non aveva tanta voglia di uscire, rispose e liquidò l’amico con una scusa qualsiasi. Andò in cucina e si preparò un panino, prese una coca e tornò in camera. Dalle casse usciva la voce di Lou Reed, ottima colonna sonora per quel pranzo.

Finito il panino, bevve un sorso di coca cola poi uscì in terrazza per fumare un’altra sigaretta. Mentre osservava il fumo uscire dalle sue labbra decise che quella sera avrebbe parlato con sua madre. Non voleva finire come il giovane Holden, in fuga dalla scuola, dagli amici, dalla famiglia, da se stesso. Alla parola fuga preferiva la parola ricerca. Faceva un po’ spirituale però rendeva bene l’idea. Il divorzio aveva cambiato anche lui, i suoi equilibri e le sue certezze. Non sapeva più se ciò che stava facendo era ciò che desiderava, non era infelice però non era nemmeno soddisfatto. Sentiva il bisogno di fermarsi un po’, di cambiare aria, di allontanarsi da quel mondo conosciuto, di sperimentarsi in altri ruoli. Partire da sé per trovare se stesso. Aveva pensato al dove, gli erano passate per la testa tante mete, luoghi di ogni genere. Fuori dall’Italia, soprattutto. Si alternavano in lui eccitazione e smarrimento, fascino e paura. L’importante era trovare un’altra camera, un nuovo nido dal quale spiccare il volo.

Ancora una volta non si era reso conto del tempo passato. Se ne accorse solo quando sentì sua madre rientrare in casa. Uscì in fretta dalla sua camera.

– Mamma!
– Ciao Andrea, vado a farmi una doccia poi preparo la cena

– No, aspetta un attimo, ho bisogno di parlarti
– Ah! Già! Ma fammi fare una doccia prima, mi sento così…
– No mamma, per favore, non posso più aspettare, devo parlarti ora. Vieni un attimo in camera mia! Lo consoci il giovane Holden?

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Brasilidade

 

Un lungo viaggio in Brasile per presentare il mio ultimo albo illustrato “O Mundo de Arturo” (Editora Nos) e per partecipare al Festival Letterario di Araxà – Fliaraxa.

Un breve racconto fotografico in ordine assolutamente non cronologico

Per la maggior parte delle foto ringrazio la bravissima Juliana Lubini

 

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Buon compleanno Blog

Questo blog compie un anno.

Non so bene perché ho iniziato a scrivere proprio il 15 agosto.

Anzi, col senno di poi si potrebbe dire che non è proprio il giorno più adatto.

Con tutte le persone in vacanza.

Però questo conferma come lo scrivere, almeno per me, sia diventata una necessità, un desiderio, uno stile.

Che non guarda al giorno, all’ora, al clima.

 

Gli auguri al blog, a me e ai mie lettori li faccio con le parole di un nuovo compagni di viaggio.

 “Per me, essere scrittori significa prendere coscienza delle ferite segrete che portiamo dentro di noi, ferite così segrete che noi stessi ne siamo a malapena consapevoli, esplorarle pazientemente, studiarle, illuminarle e fare di queste ferite e di questi dolori una parte della nostra scrittura e della nostra identità…

Quando un autore si chiude per anni in una stanza per affinare la sua arte, quella di creare un mondo, se usa le sue ferite segrete come punto di partenza ripone, che lo sappia o no, una grande fede nell’umanità.”

Orhan Pamuk- La valigia di mio padre

 

Buon compleanno, allora.

Chiuso in una stanza o sotto un albero, da solo o in mezzo a decine di bambini continuerò ad avere fede nell’umanità.

 

E come regalo apro una nuova rubrica: E.R. – Educational Responsibility

bimbo

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