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Educare alla memoria

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Illustrazione di Ofra Amit

Ricordare è un dovere.

Ricordare per onorare, per non ripetere, per non cadere, per evolvere.

Ricordare non basta, però, se ricordare significa difendersi.

Non basta sapere che certe cose sono successe se poi non siamo capaci di portarne le cicatrici, se non conserviamo l’esperienza, anche indiretta, di ciò che è successo, sentendo il peso di ogni scelta e delle conseguenze di quelle scelte.

Ricordare significa far sì che l’esperienza di qualcun altro diventi la nostra; permettere a un passato lontano, anche se filtrato dalle pagine dei libri, di scriversi nel nostro cuore; perdersi negli occhi di un narratore che racconta il proprio personale vissuto per riuscire a guardare il contemporaneo con occhi diversi; sapere e conoscere le conseguenze di ciò che è stato fatto per non potersi rifugiare dietro un “non me lo aspettavo”.

Il ricordare si insegna e l’educare al ricordo è uno dei compiti più importanti.

Perché educare un bambino o un ragazzo (ma anche a un adulto!) al ricordare significa insegnargli a essere, a non perdersi, a ritrovarsi, a conoscersi, a scoprirsi, a immaginarsi, a pensarsi e a sognarsi non in contrapposizione all’altro, ma insieme, non definendosi per inimicizia ma per appartenenza alla stessa umanità.

E quindi trasmettergli la capacità di saper decidere e scegliere da che parte stare, quale comportamento mettere in atto, come cambiare il contesto che non gli piace.

Educare alla memoria, per educare ad essere cittadini dell’umanità.

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tutto è cultura (27 gennaio – giornata della memoria)

La cultura in senso lato può essere considerata come l’insieme degli aspetti spirituali, materiali, intellettuali ed emozionali unici nel loro genere che contraddistinguono una società o un gruppo sociale. Essa non comprende solo l’arte e la letteratura, ma anche i modi di vita, i diritti fondamentali degli esseri umani, i sistemi di valori, le tradizioni e le credenze. UNESCO, Conferenza mondiale sulle politiche culturali del 1982 a Città del Messico.

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Tutto è cultura, perfino il fascismo e il nazismo.

Tutto è cultura, perfino i forni crematori e la puzza di ossa bruciate.

Tutto è cultura, perfino i calci in faccia e il muro delle esecuzioni.

Tutto è cultura, perfino le leggi razziali e i vagoni strapieni di persone.

Tutto è cultura, perfino il silenzio di chi sapeva e il non indagare di chi non voleva sapere.

Tutto è cultura, perfino gli esperimenti di eugenetica e i disabili che sono un costo.

Tutto è cultura, perfino l’antisemitismo, l’antizingari, l’antidissidenti, l’antiomosessuali, l’antiintellettuali.

Tutto è cultura, perfino la revisione della storia e la negazione dello sterminio.

Tutto è cultura, per sfortuna.

Tutto è cultura, per fortuna.

Anche noi quando pensiamo e quando non pensiamo, quando agiamo e quando non agiamo, quando parliamo e quando non parliamo, quando protestiamo e quando non protestiamo, quando crediamo e quando non crediamo, quando ricordiamo e quando dimentichiamo.

“La cultura in senso lato può essere considerata come l’insieme degli aspetti spirituali, materiali, intellettuali ed emozionali unici nel loro genere che contraddistinguono una società o un gruppo sociale”

 

 

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