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Il fardello dell’uomo bianco

Nel 1899 Rudyard Kipling pubblica la poesia Il fardello dell’uomo bianco.
La poesia diventata un manifesto in difesa delle azioni di conquista dei popoli europei che, caricandosi il fardello del loro essere bianchi e occidentali, partivano spinti dalla necessità di adempiere alla loro missione: colonizzare gli altri popoli della terra.
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Noi bianchi, in quanto bianchi, superiori, gli altri inferiori.
Per quanti anni siamo stati educati secondo questa logica?
 
Quando parliamo di razzismo dovremmo prestare attenzione proprio a questa idea, al fardello che, più o meno coscientemente, sentiamo di portare sulle spalle.
Un fardello fasullo, una convinzione che dobbiamo abbandonare altrimenti sarà difficile modificare le nostre azioni.
 
Io lo sento questo fardello.
Quando vedo una persona con la pelle di un altro colore, dentro sento una voce che mi dice che il mio essere bianco è un motivo valido per sentirmi migliore, dalla parte giusta del mondo, più adeguato alla vita.
 
Eppure l’unica cosa che dovrei sentire è il privilegio dell’uomo bianco. La grande occasione che ho avuto di nascere con la pelle del colore più fortunato, in un paese che è posizionato in quella parte di mondo semplicemente più fortunata.
 
Un privilegio, un vantaggio… e io che uso ne voglio fare?
Uso il mio privilegio per chiamare scimmie le persone nere.
Oppure uso il mio privilegio per costruire incontri, scambi, relazioni cioè inclusione?
 

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Bambino speciale a chi?

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Illustrazione – Rebecca Dautremer

Tra le tante espressioni che si utilizzano per definire i bambini considerati diversi, quella che ho più difficoltà a sopportare è: bambino speciale!

Mi aspetto sempre che in risposta a: “Ma che bambino speciale che sei!”, il bambino dica: “Bambino speciale a chi?”.

Perché?

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io voglio vivere nel futuro

Oggi sono stato in alcune classi nel comune di Crevalcore, in provincia di Bologna.

In un container, perché zona terremotata.

Insegnanti come eroi che affrontano il loro lavoro con estrema perseveranza.

In situazioni difficili, non terribili, ma certo non ottimali, che farebbero desistere più di un qualsiasi politico.

Ciò che mi ha colpito di più, però, è stata la composizione delle classi.

Bambini di mille paesi, con nomi difficili da ricordare e facili da storpiare, di ogni colore, sapore, odore. Nell’immediato ho pensato alla fatica di insegnare a un gruppo così eterogeneo.

Poi però mi sono detto che quei bambini (e quegli insegnanti) vivono nel futuro.

In un domani che sarà così per tutti e che per loro è già.

Un domani che si apprende da oggi, in cui le lingue si mischiano, le tradizioni si uniscono, la diversità arricchisce l’esperienza e la felicità.

In quelle classi c’è la speranza che nel futuro non si parlerà più di inclusione come percorso da realizzare ma come realtà quotidiana.

Come sempre la scuola, soprattutto quella pubblica, costruisce il futuro di un paese, le fondamenta della casa Italia che è di tutti, la prospettiva di felicità che è il primo desiderio e dovrebbe essere anche il primo obiettivo di una società. Ciò si può realizzare solo, però, se assicuriamo risorse, economiche e umane. Solo in questo modo sarà garantito che il vivere nel futuro non sia la reincarnazione del solito passato. E il futuro in cui io voglio vivere è fatto di mille paesi, nomi difficili da ricordare e facili da storpiare, mille colori, sapori e odori. Un paese felice.

 

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fatti non pugnette (citazione post filosofica)

Qualche giorno fa commentavo il caso di razzismo nato durante la partita Milan-Pro Patria.

Troppo spesso le parole rimangono solo parole e ai buoni propositi seguono altri buoni propositi e basta. Non per tutti, però. La Coop. Accaparlante e l’Associazione Bandiera Gialla, da un po’ di tempo portano avanti il progetto Wilcalcio, una serie di azioni volte a recuperare la bellezza, la magia e l’universalità del gioco del calcio. L’ultimo appello proposto riguarda proprio il tema del razzismo, lo riporto sotto con un invito a sottoscriverlo, per sostenere un calcio che attraverso il ricordo possa contribuire a costruire una società maggiormente inclusiva.

APPELLO da W IL CALCIO

INTERBOLOGNA, 15/01/2013, IN RICORDO DI ARPAD WEISZ

Una partita di calcio, Inter-Bologna, e un nome, quello di Arpad Weisz, per dire no al razzismo e alla xenofobia. E’ l’invito rivolto dal progetto “W il Calcio” ai presidenti di Inter e Bologna in occasione della gara di Coppa Italia che si giocherà martedì 15 al “Meazza” per ricordare Arpad Weisz, allenatore di origine ebrea che portò entrambe le squadre allo scudetto prima di essere deportato e ucciso insieme alla sua famiglia, durante la seconda guerra mondiale.

L’iniziativa ha già raccolto il benestare del Bologna (si attende anche quello dell’Inter), di Giuliano Pisapia, sindaco di Milano e Virginio Merola, sindaco di Bologna. Con loro anche il magistrato Francesco Maisto, l’assessore allo sport Rizzo Nervo, i giornalisti Gabriele Pasini, Marco Tarozzi, Nicola Zanarini, Mauro Sarti, gli scrittori Carlo D’Amicis e Paolo Alberti, l’allenatore Renzo Ulivieri.

Ma le adesioni non sono ancora sufficenti. Per aderire all’appello basta visitare la pagina facebook di “W il Calcio” e condividere l’appello in evidenza specificando il proprio indirizzo e-mail. Coloro che non usano Facebook, possono partecipare inviando una e-mail a fausto.viviani@fastwebnet.it.

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Sul Resto del carlino

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niente da aggiungere

Non so cosa voglia dire stare in carcere, cosa si provi a venire rinchiusi in un CIE (Centro di Identificazione ed Espulsione). Dopo l’ennesimo tentativo di fuga, che segue tentati e riusciti sucidi, casi di violenza più o meno accertati, ho provato a immaginarlo, a mettermi nei panni di un qualsiasi ragazzo. Perchè solo con quei panni addosso possiamo tentare di comprendere e solo dopo aver compreso possiamo tentare di cambiare l’ingiusto.

“La prefettura non ha niente da aggiungere.

L’ho sentito dalla guardia che mi sorveglia, l’hanno mandata appena l’ambulanza ci ha portati qui.

‘Niente da aggiungere, sono cose che succedono, abbiamo fatto il possibile per evitare che entri la droga ma, poi…’

Poi chissà dove pensano che possa andare.

Sono in coma, anche questo l’ho sentito.

Pensano che non senta, che non capisca, che non percepisca.

Lo hanno sempre pensato, da quando sono arrivato lì, in quel posto.

Il CIE, Centro di Identificazione ed Espulsione. Una prigione, chiamata con un altro nome.

Pensano che tu non capisca, che tu non possa leggere le espressioni del viso e i giudizi che emettono e questo provoca una cosa drammatica. Succede che non ti senti più un essere umano, ti convinci che sei un gradino sotto il resto dell’umanità e non sai più a chi appartieni!

Senti che ciò che sei, ciò che ti caratterizza in modo specifico: la tua lingua, il colore della tua pelle, la tua cultura d’origine, diventano qualcosa di illegittimo, di sbagliato.

Un criminale solo per il fatto di essere diverso.

Sotto la doccia provo a lavarmi meglio ma rimane costante una sensazione di sporco. Copio le espressioni del loro viso, le loro parole, che escono sempre storpiate, provo ad adeguarmi… ma l’unica cosa che aumenta è la frustrazione.

Per questo ho accettato, alla prima occasione: per tentare di andare via, lontano, almeno con la mente. Ma non ha funzionato, ci siamo fermati subito e ora siamo qui, in questi letti.

Almeno non dobbiamo preoccuparci di come far passare il tempo. Là, ore e ore senza far nulla.

Poi come si fa ad aspettare quando non hai nulla da aspettare?

Non esiste attesa senza desiderio, senza speranza.

L’ho lasciata alle onde la speranza, ne avevo molta, forse troppa. O forse non era speranza, forse era disperazione. La compagna di ogni notte, il cuscino su cui dormo.

A parte questo, niente da aggiungere.”

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