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Essere se stessi, un rischio

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In queste ultime settimane ho incontrato molti e molte adolescentigiovani

A parte il grande senso di speranza
Perchè, diciamocelo, non esistono solo i bimbiminkia
Poi certo ci sono anche gli ormai populisti e qualche germe di fascistello
Però, al netto di ciò, a me questi 17enni/20enni mi sono proprio piaciuti, mi hanno dato un momento di allegria, uno sprazzo di cielo, un senso di possibile
Certo, sono tosti, ambivalenti, un momento interessati e combattivi e, subito dopo, completamente assenti e disinteressati
Sempre interessanti, però

Il nostro campo di incontro è stata la scrittura e la lettura
Molti non leggono libri, qualcuno scrive (anche se si vergogna a dirlo) eppure sono affascinati dall’esprimersi attraverso le parole, dal ritmo lento della penna sul foglio, dalla lettura e dall’ascolto del pezzo di vita che l’altro ha messo sulla carta

Quanta fragilità, quante incertezze e paure ma anche quale profondità, quale immensità e quante piccole gioie insignificanti
Il desiderio di potersi liberare dagli stereotipi, dalle costrizioni, dalle imposizioni sociali
Essere ascoltati, capiti, amati indipendentemente da tutto

Io ricordo bene la mia adolescente giovinezza
Siamo ancora gli stessi, sempre gli stessi
Alla ricerca di chi possiamo essere, interessati a esprimere il nostro potenziali senza che il giudizio degli altri ci condizioni
Lo so, la relazione con l’altro, anche quando vincolo, è un passaggio fondamentale
Ma sentirsi un palloncino accerchiato da spille pronte a pungerti appena cerchi di cambiare, di crescere, di elevarti, di diventare te stesso, soprattutto quando essere te stesso esce dagli schemi predefiniti di chi ti sta attorno, è difficile

Ti lascia la continua sensazione di essere sbagliato
Eppure, in quel desiderio-paura,c’è l’unico rischio che vale sempre la pena correre
Essere se stessi

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un Prato di libri – 1° incontro sui classici

Primo incontro per “un Prato di libri”
Con tutte me stesso, corpo e espressioni comprese.

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A misura di bambino

Parliamo di classici: Zanna Bianca, Il libro della giungla, Roald Dahl.
E di come entrare nel mondo delle storie significa sapere da dove parti ma non dove arrivi o meglio, chi arrivi.

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Scuola Cuore Immacolato

Perchè i personaggi e le avventure delle storie, tutte le buone storie, ti permettono di immaginare il possibile e credere nell’impossibile.

Ti offrono tante possibili immagini di chi potresti essere.
Ti svelano che l’unica normalità è l’unicità.

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Scuole Gianni Rodari

C’è stato spazio anche per leggere i miei libri: #LaNonnaAddormentata(Kalandraka Italia) e #LaLezioneDegliAlberi (Massimiliano Piretti Editore)
E per emozionarsi: Ho letto il tuo libro e me ne sono innamorato (8 anni), Hai usato delle parole molto poetiche (9 anni), Io ho un progetto di aprire una libreria “Buone letture” (9anni)

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Raccontando La lezione degli alberi

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“Zio, perché scrivi?” – Terza lettera

Traduzione del post sul blog Editora DSOP

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Terzo, scrivo perché mi piacciono le relazioni

“Quando passo giorni, mesi, anni, sscrivendo lentamente le mie parole su un foglio bianco, seduto al tavolo, sento di costruire un nuovo mondo, una nuoiva persona dentro di me, proprio come color che costruiscono un ponte o una cupola, pietra su pietra. Le pietre di noi scrittori sono le parole. “(O.Pamuk)

Chiara, tutto bene?

Sono tornato per dirti che c’é un terzo motivo che mi spinge a scrivere, a intraprendere questo compito semplice e, allo stesso tempo, immenso.

Scrivo perché mi piacciono le relazioni.
Ovviamente penserai che scrivere è solo un atto, un’azione come camminare, come mangiare, come respirare: cose importanti, ma semplici azioni. 
Beh, non sbagli a pensarlo. Una parola dopo l’altro, un pensiero dopo l’altro, un libro dopo l’altro.

Ma credo e ho la sensazione che, realizzo pienamente il mio compito di scrittore e davvero farò la differenza nella vita delle persone quando, ogni volta che mi siedo davanti a un computer o prendo una penna in mano, trasformo ogni azione in un’opportunità di relazione.

Quando sono consapevole che le parole che sto mettendo insieme verranno lette da qualcuno che, a sua volta, le porterà con sé come parte della propria vita.

Quando sento che i pensieri trasformo in pagine possono essere come il primo fiocco di una valanga di pensieri.

Quando immagino il mio libro come occasione di incontro e condivisione, qualcosa che dico per poi ascoltare le risposte.

Ho sempre pensato che si scrive sempre in solitudine, ma sempre si legge insieme.

Scrivere per me significa guardare negli occhi, mettermi allo stesso livello degli altri, sporcarmi le mani con l’inchiostro della vita (quello che permette di scrivere storie universali).
Scrivere come un’azione che diventa relazione.

Se ci pensi un attimo, i libri sono pieni di relazioni, incontri nei quali i partecipanti non si limitano a fare qualcosa, ma sono qualcuno.
Pensa, per esempio, nelle relazioni di Pinocchio e suo padre, Aladdin e il suo tappeto volante, Pippi Calzelunghe e Annika, Sherlock Holmes e Watson, Frodo e il suo anello, Robinson Crusoe e Venerdì e Linus e la sua coperta.

Cara Chiara, spero che sarà anche per te. 
Non limitarti mai a fare semplici azioni.
Cogli ogni occasione per costruire relazioni che sicuramente renderanno la tua vita meravigliosa.

Un abbraccio e buone vacanza!

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“Zio, perché scrivi?”

Traduzione del post originale sul blog Editora DSOP

Quest’anno, 2014, lo ricorderò come “l’anno delle prime volte”. Dopo il primo libro per ragazzi pubblicato, dopo la prima volta alla Fiera di Bologna come scrittore, dopo la prima sessione di autografi, dopo il primo premio. Dopo tudo questo, ecco che arriva la mia prima volta in una festa letteraria. E non una festa qualsiasi, ma la Flip – Festa Literaria de Parati!.
Tutte le emozioni che sto vivendo, portano con sé anche una grande dose di responsabilità: la necessità di affrontare questo compito, di camminare tra le pagine dei libri e della vita dei lettori con maggior consapevolezza.
L’altro giorno mia nipote me ha chiesto perché scrivo. Io ho balbettato una risposta senza convinzione ma lei ha insistito: “Sì, ma perché vuoi scrivere? Perché ti siedi e scrivi?” Allora ho pensato: “Cavolo, e adesso che risposta tiro fuori?”
Questa è la responsabilità di cui parlo: avere la maggior consapevolezza possibile di quello che sto facendo per stare di fronte al lettore como sono, libero e sincero. Per questo cercherò di rispondere, con più impegno e con l’aiuto dello scrittore turco Orhan Pamuk, alla domanda di mia nipote, con tre lettere dirette a lei.

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Primo, scrivo per costruire luoghi

“Per me, essere uno scrittori significa prendere coscienza delle ferite che portiamo dentro di noi, ferite così segrete che noi stessi ne siamo a malapena consapevoli, esplorarle pazientemente, studiarle, illuminarle e fare di queste ferite e di questi dolori una parte della nostra scrittura e della nostra identità.” O. Pamuk

Cara Chiara,
mi hai chiesto perché scrivo. Ci ho pensato un po’ e adesso ho una risposta.
Io scrivo perché desidero profondamente costruire luoghi dove i lettori si possano perdere, dove non abbiano paura di perdersi o, ancora meglio, desiderino perdersi. Perdersi per incontrarsi di nuovo, per scoprire qualcosa di loro che ancora non conoscevano e che riesca a svelare ai loro occhi qualcosa che prima era incosciente, sommerso, qualcosa che causava vergogna, per esempio, perché percepita come diversa dal normale.
  Un luogo dove le persone, e io per primo, possano passeggiare, sedersi, mangiare, ascoltare, incontrarsi, condividere, dove sia possibile identificarsi e trovare un legame tra quello che il lettore vive, la sua esperienza personale, e la storia raccontata nel libro; un luogo, quindi, dove non sentirsi solo ma, al contrario, sentirsi compreso e non estraneo a questo mondo.
Chiara, quando penso a un ‘luogo’ penso a una paese come quello delle meraviglie di Alice, a una fabbrica come quella di cioccolato di Willy Wonka, o una città come quelle invisibile di Calvino. Ma anche a un giardino segreto come quello dove sono cresciuti Mary e Colin, o una strada di mattoni gialli del Mago di Oz, una borsa come quella di Mary Poppins o un bosco come quello dove vivevano i Fratelli Grimm o, infine, il fondo del mare, come quello della Sirenetta o del Capitano Nemo.
Come dice Pamuk, scrivere è riconoscere le proprie ferite segrete e condividerle. Trasformarle, cioè, in uno specchio nel quale gli altri possano specchiarsi dicendo:”Ecco, quindi io non sono l’unico che sente, vive, percepisce e carica questo!”

Infine, Chiara, ti vorrei dire che per arrivare a questo punto, uno scrittore deve decidere se veramente vuole tutto questo, perché non é semplice ne facile, si corrono molti rischi e difficoltà. E’ necessario coraggio e impegno, perché qualsiasi luogo che costruiamo può, se non viene costruito con attenzione, cadere.
Anche tu avrai un luogo dove ti piace andare quando ti senti triste e anche un’altro dove preferisci andare quando sei felice. Io spero di riuscire a offrire ai miei lettori spazi dove stare bene, dove qualcuno come te possa trovare se stessa.”

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Quando potrò scrivere storie per bambini?

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Ho chiesto una volta a me stesso: quando potrò scrivere storie per bambini?

Quando avrò sofferto per una perdita?

Quando saprò stupirmi delle piccole cose?

Quando riuscirò a perdermi in un abbraccio?

Quando avrò letto mille libri?

Quando dimenticherò di essere grande?

Quando avrò imparato tutte le tecniche e le strategie?

Quando mi sarò perso in un bosco?

Quando conoscerò il dolore di un bernoccolo?

Quando mi sarò sporcato le mani nel fango?

Tutto questo è giusto, mi sono risposto.

Poi ho pensato che non si possono scrivere storie per bambini se prima non si diventa adulti coraggiosi.

Solo un adulto coraggioso trasforma in parole la cattiveria della strega, il dolore dell’assenza, la dolcezza dell’amore o la paura della morte.

 

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