Archivi tag: scuola

Lo conosci il giovane Holden?

41151a32bc3d0e35fb4a0c91888b3342

Sì, sì, domani. Domani ne parliamo meglio, oggi sono troppo di fretta, devo scappare.” Giovanna prese al volo la borsa e corse fuori sbattendo la porta. Ormai era quasi un’abitudine, una mattina sì e una no, doveva ‘scappare’ e Andrea non riusciva mai a parlarle. Aveva anche tentato di scriverle una mail ma sua madre gli aveva risposto che l’avrebbe letta il giorno dopo. Giorno dopo giorno erano passate ormai due settimane.

Finì di bere il caffè, spense la tv e uscì sul balcone per fumarsi una sigaretta. Il giardino era così verde quella mattina, eppure non pioveva da molti giorni. Probabilmente l’erba aveva buone risorse a cui attingere. Non aveva lezioni quella mattina, sarebbe rimasto in casa e avrebbe poi raggiunto Michele e Lucio per pranzo al solito bar. Chiuse la porta finestra e tornò in camera. Si era fatto regale le due poltrone a sacco, una blu e l’altra verde, per il compleanno. Le desiderava da molto tempo, le aveva posizionate in camera, vicino alla lampada, era diventato il luogo ideale per leggere. Stava pensando ancora a sua madre, a come era cambiata dopo il divorzio, certo la capiva, gestire quella che era praticamente una nuova vita, non era facile. Fatto sta che aveva proprio bisogno di parlare con lei.

Per distrarsi un po’ decise di leggere qualcosa. Si avvicinò alla mensola rossa sulla quale metteva i libri non ancora letti. Ce n’erano una ventina, comprati qua e là negli ultimi mesi. Scelse il libro dalla copertina bianca , quello che aveva consigliato il prof a lezione.

Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne.”

Un buon inizio, pensò Andrea. Anzi, un inizio che era come un vestito su misura. E più andava avanti a leggerlo, più si immedesimava. La storia del giovane Holden gli piaceva, lo affascinava. Erano molto diversi lui e il protagonista ma, a tratti, anche molto simili. Entrambi alla ricerca di qualcosa. Smise di leggere solo quando suonò il cellulare. Era Michele. Era tardissimo. A quel punto però non aveva tanta voglia di uscire, rispose e liquidò l’amico con una scusa qualsiasi. Andò in cucina e si preparò un panino, prese una coca e tornò in camera. Dalle casse usciva la voce di Lou Reed, ottima colonna sonora per quel pranzo.

Finito il panino, bevve un sorso di coca cola poi uscì in terrazza per fumare un’altra sigaretta. Mentre osservava il fumo uscire dalle sue labbra decise che quella sera avrebbe parlato con sua madre. Non voleva finire come il giovane Holden, in fuga dalla scuola, dagli amici, dalla famiglia, da se stesso. Alla parola fuga preferiva la parola ricerca. Faceva un po’ spirituale però rendeva bene l’idea. Il divorzio aveva cambiato anche lui, i suoi equilibri e le sue certezze. Non sapeva più se ciò che stava facendo era ciò che desiderava, non era infelice però non era nemmeno soddisfatto. Sentiva il bisogno di fermarsi un po’, di cambiare aria, di allontanarsi da quel mondo conosciuto, di sperimentarsi in altri ruoli. Partire da sé per trovare se stesso. Aveva pensato al dove, gli erano passate per la testa tante mete, luoghi di ogni genere. Fuori dall’Italia, soprattutto. Si alternavano in lui eccitazione e smarrimento, fascino e paura. L’importante era trovare un’altra camera, un nuovo nido dal quale spiccare il volo.

Ancora una volta non si era reso conto del tempo passato. Se ne accorse solo quando sentì sua madre rientrare in casa. Uscì in fretta dalla sua camera.

– Mamma!
– Ciao Andrea, vado a farmi una doccia poi preparo la cena

– No, aspetta un attimo, ho bisogno di parlarti
– Ah! Già! Ma fammi fare una doccia prima, mi sento così…
– No mamma, per favore, non posso più aspettare, devo parlarti ora. Vieni un attimo in camera mia! Lo consoci il giovane Holden?

Lascia un commento

Archiviato in #ioleggoperchè, ragazzi, scrittore, sguardi

Un voto non definisce il valore di una persona

Qualche giorno fa, dopo aver condiviso alcuni voti delle pagelle, ho inviato alle mie nipoti questo messaggio:

Per quanto mi riguarda, nel bene e nel male, un voto non definisce mai il valore di una persona, casomai ne valuta l’impegno, una prestazione o una capacità. Voi valete indipendentemente dai vostri voti e siete belle persone non per quello che fate ma per quello che appunto siete.

3c3f20f24b81734c6f00fe1c9de88054

Foto di Robert Doisneau

In questo periodo in cui si parla di scuola e apprendimento e si distribuiscono colpe come fossero coriandoli a carnevale, mi convinco sempre più che uno dei primi problemi è legato al fatto che abbiamo sovrapposto apprendimento e giudizio e il voto come principale parametro del valore di una ragazza o di un ragazzo. A scuola come a casa. Se vai bene a scuola sei bravo, se non vai bene a scuola non sei bravo.

Abbiamo ridotto l’apprendimento a un’azione senza scopo. Come se apprendere fosse principalmente una questione di prestazione. Come se l’imparare avesse valore solo in base alla valutazione che un’altro esprime su di noi. In ogni ordine di scuola. In ogni contesto educativo.

Eppure, l’apprendimento non è un’attività che ha a che fare solo con la volontà. Se non dialoga con la passione, se non provoca la sfida, se non fabbrica endorfine allora è destinato alla sconfitta.

0da7690bedff9b0da6c6df95e6d1eced

Illustrazione di Davide Bonazzi

Apprendere, soprattutto oggi in cui il puro reperimento delle informazioni è semplicissimo, deve abbinarsi allo scoprire, all’inventare e al creare.

E se è necessario definire parametri e obiettivi comuni, allo stesso tempo è indispensabile valorizzare i diversi percorsi che ci permettono di raggiungerli. E chi è responsabile dei processi didattici ed educativi dovrebbe, anche attraverso percorsi di formazione obbligatori, apprendere a valutare la diversità del giovane allievo come un alleato e non come un ostacolo. Quelle caratteristiche che sentiamo come distorte perché differenti dal nostro modo consueto di pensare e essere come occasioni.

Apprendere, come fare l’amore, deve fare battere il cuore, deve far sudare, deve far desiderare qualcosa che ha a che fare con l’infinito.

Lascia un commento

Archiviato in educazione, ragazzi, sguardi

un Prato di libri – 1° incontro sui classici

Primo incontro per “un Prato di libri”
Con tutte me stesso, corpo e espressioni comprese.

16105550_10210463136351401_1760831993123076298_n

A misura di bambino

Parliamo di classici: Zanna Bianca, Il libro della giungla, Roald Dahl.
E di come entrare nel mondo delle storie significa sapere da dove parti ma non dove arrivi o meglio, chi arrivi.

15977618_10210463136791412_5567449271495446689_n

Scuola Cuore Immacolato

Perchè i personaggi e le avventure delle storie, tutte le buone storie, ti permettono di immaginare il possibile e credere nell’impossibile.

Ti offrono tante possibili immagini di chi potresti essere.
Ti svelano che l’unica normalità è l’unicità.

15940983_1290077544404836_816454354184186435_n

Scuole Gianni Rodari

C’è stato spazio anche per leggere i miei libri: #LaNonnaAddormentata(Kalandraka Italia) e #LaLezioneDegliAlberi (Massimiliano Piretti Editore)
E per emozionarsi: Ho letto il tuo libro e me ne sono innamorato (8 anni), Hai usato delle parole molto poetiche (9 anni), Io ho un progetto di aprire una libreria “Buone letture” (9anni)

15965502_10210463136511405_7809074586444701538_n

Raccontando La lezione degli alberi

Lascia un commento

Archiviato in ragazzi, scrittore

Scrivere non è impossibile, è solo difficile come…

… come andare in bicicletta, nuotare, salire sugli alberi, fischiare, fare le capriole, far volare un aquilone, come sognare!

Scrivere, a scuola, è diventata una delle cose più difficili.

Per alcuni una vera e propria tragedia. Dopo un paio di righe, due idee scarne trasformate in parole e un immenso foglio bianco davanti a sé, il contenitore della fantasia e dell’immaginazione si svuota.

“Dai, prova ad aggiungere qualcos’altro!”

“Ma non mi viene in mente nulla, non so cosa scrivere.”

“E’ impossibile, sforzati un po’, dai!”

Che fatica, che disagio, che sconfitta.

Eppure, ci sarà una soluzione per non costringere milioni di bambini a una sconfitta annunciata?

Io credo di sì. Ecco allora alcuni libri e alcune idee per far sì che una cosa impossibile, diventi semplicemente una cosa difficile, ma accessibile a tutti.

Iniziamo con due letture utili a chi insegna, a chi educa, a chi consiglia.

Storia delle mie storie – Miti, forme, idee della letteratura per ragazzi

Bianca Pitzorno – Il Saggiatore, Milano 2006

copj170

A partire da un libro – Imparare a leggere e imparare ad amare i libri nella scuola primaria

Roberta Passoni – Edizioni junior  Biblioteca di lavoro dell’insegnante Movimento di cooperazione educativa

partir

Ora qualche idea pratica, con un preambolo.

Quando si parla di ‘esercizi di scrittura’ non è possibile farlo senza riferirsi a Gianni Rodari che, con la sua “Grammatica della fantasia”, ha modificato radicalmente l’approccio alla scrittura e all’insegnamento della stessa.

L’errore creativo, le fiabe a rovescio, l’insalata di favole, le storie sbagliate, solo per citarne alcune, sono proposte semplice e pratiche di scrittura… creativa, come si direbbe oggi, un trabocchetto per ridurre le proposte di Rodari a un gioco, qualcosa di poco importante e non utile. Frutto di un’idea di scrittura ancora troppo spesso accettata: scrivere è qualcosa di serio, silenzio, stai seduto, zitto, concentrati per un tempo indefinito, non distrarti…

6c521fb9011903445ec3abd9ff8f7868

Beh, per uno come me che ha scoperto la scrittura tardissimo, proprio perché davanti a un foglio bianco non riuscivo a mettere in ordine le idee, a costruire un pensiero che fosse più lungo di due righe, a trovare idee fantasiose, avere avuto a disposizione strumenti creativi come quelli di Rodari mi avrebbe cambiato la vita, evitato delusioni, sofferenze, paure inutili.

Perché se è vero che le esperienze che fai nella vita ti aiutano a crescere, non è vero che tutto tutto tutto ciò che hai vissuto è indispensabile, certe cosa si potrebbero benissimo evitare.

Io oggi scrivo, ho avuto la fortuna di scoprirne il piacere, nonostante la difficoltà, di trovare la mia scrittura e di poterla esprimere. Ho avuto la capacità, supportata  dalle parole di sostegno di persone di valore incontrate nel mio percorso, di riscrivere il mio pssato e liberarmi di alcuni fastasmi molto negativi: il fantasma della critica, quello della delusione, quello della paura di sbagliare. Fantasmi che hanno minato, per troppo tempo, la mia autostima.

A partire dalla mia esperienza e da alcuni libri, ecco qualche spunto di riflessione e qualche idea pratica per chi si trova a insegnare, educare o consigliare.

Italo Calvino e la trilogia araldica

calvino

Contemporaneo di Rodari, scrive tre romanzi per ragazzi: Il visconte dimezzato, Il barone rampante e Il cavaliere inesistente.

Tre storie fantastiche e realistiche allo stesso tempo, in quanto allegoriche: un visconte che torna dalla guerra dimezzato, un ragazzo che decide di vivere sugli alberi e un cavaliere che non esiste.

Cosa succede quando la realtà, come la conosciamo, ci mostra un elemento inaspettato? Se incontrassimo uno scienziato smemorato o un dottore con le gambe al posto delle braccia? E se mia mamma decidesse di vivere come un gatto o la maestra mangiasse solo carote? E a me quale strana cosa potrebbe succedere o quale scelta strampalata potrei fare?

I silent book e le storie personalizzate

Prendete un libro senza parole, quante storie racconta?

Una, quella dell’autore.

Sicuri. Forse due, quella di chi lo ha scritto e quella dell’illustratore.

Uhm! Un libro senza parole racconta tante storie, quanti sono i suoi lettori che leggendolo lo raccontano.

Tre proposte:

Un giorno un cane di Gabrielle Vincent (Gallucci)

img830-g

L’onda di Suzy Lee (Corraini)

l-onda-copertina-suzy-lee

Vazio di Catarina Sobral (Pato Logico)

Catarina+Sobral+-+Vazio%2C+capa

Sonno gigante, sonno piccino (Topipittori), la storia con le foto della mia storia

Giusi Guarenghi scrive una ninna nanna. Giulia Sagramola la riceve e deve illustrarla. Cerca delle foto da modificare, di solito le compra nei mercatini. Questa volta, però, usa quelle della sua famiglia, una ninna nanna per sé, per noi, per tutti.

Perché non farlo anche noi, magari al contrario? Prendere le nostre foto, non per forza quelle venute bene e scrivere una storia?

sonno-gigante-sonno-piccino

Un’ultima osservazione

Tra i tanti ingredienti che fanno di un bambino un bambino a cui la scrittura non fa paura, ce ne sono due indispensabili.

Il rispetto dei tempi, dei modi, della libertà. Perché scrivere è un grande atto di libertà, secondo tempi molto personali e secondo un modo che deve essere il più comodo possibile. Per questo il giudizio che deve essere dato non può negare queste caratteristiche ma accettarle e rispettarle.

Io scrivo facendo pause ogni 10 minuti, ascoltando musica, alzandomi spesso. Per queste caratteristiche, spesso a scuola sono stato giudicato e mai valorizzato.

58689f18e11a09ce84e6903c1c8c88a2

Poi la fiducia. Se penso che quello che scrivo è brutto, sempre troppo poco, insufficiente, banale. Se io penso di non valere, che mi manca sempre qualcosa, che non sono capace. Se io penso che l’adulto non ha fiducia in me, allora sono condannato, non solo al fallimento, ma anche all’infelicità.

3f98dd0e8a5c202db79eba3f12a607ba

Lascia un commento

Archiviato in educazione, ragazzi, scrittore, sguardi

Ci credi?

1_auto-retrato-1-bx-xx

Illustrazione di João Vaz de Carvalho

Ci credi che quel bambino che hai davanti è più di quello che vedi?

Ci credi che i suoi errori sono solo una parte, piccolissima, di ciò che è?

Ci credi che, come tutti i sogni, anche il bambino che hai di fronte deve essere aiutato a realizzarsi?

Ci credi che può farcela, può cambiare, può superare le sue difficoltà?

E ci credi che le difficoltà non sono un errore di percorso ma il percorso stesso?

Ci credi che colui che hai davanti agli occhi è un mondo, infinito e per questo spesso incompreso?

Ci credi che quello che senti e le valutazioni psicologiche che fai con una certa leggerezza non per forza sono corrette?

Ci credi che più che aver ragione è importante costruire un percorso condiviso?

Ci credi che quando si comporta male spesso è una richiesta d’aiuto e non un attacco personale alla tua autostima?

Ci credi – genitore, insegnante, educatore, catechista, politico, bibliotecario, medico o chiunque altro tu sia – ci credi sul serio oppure hai già dato quel bambino per perso? Lo hai per caso già condannato? Quanto sei realmente disposto a cambiare idea?

3c2a8ac4b24b2e37173f7223ea33d112

Illustrazione di João Vaz de Carvalho

Sei consapevole che le tue parole possono essere come forbici che tagliano un germoglio appena sbocciato?

Riesci a vedere quello che potenzialmente potrebbe diventare il bambino che hai di fronte? E quindi aiutarlo a diventare il miglior se stesso possibile?

Hai voglia, desiderio, costanza di maneggiare soggetti tanto preziosi che meritano, prima di tutto, grande dedizione, speranza e uno sguardo libero e liberatorio?

Se ci credi, davvero, allora sarai un ottimo educatore.

Altrimenti, per favore, lascia stare e, soprattutto, non incolpare i bambini della tua incredulità.

images

Illustrazione di João Vaz de Carvalho

 

Lascia un commento

Archiviato in ragazzi, sguardi

Bambino speciale a chi?

9165ipLJgxL._SL1500_

Illustrazione – Rebecca Dautremer

Tra le tante espressioni che si utilizzano per definire i bambini considerati diversi, quella che ho più difficoltà a sopportare è: bambino speciale!

Mi aspetto sempre che in risposta a: “Ma che bambino speciale che sei!”, il bambino dica: “Bambino speciale a chi?”.

Perché?

Continua a leggere

1 Commento

Archiviato in disabilità, educazione, ragazzi, scrittore

La scuola delle luci spente

Ci sono genti semplici, quotidiani, che richiedono sforzi minimi ma che, allo stesso tempo, possono modificare radicalmente il contesto in cui viviamo e lavoriamo.

Oggi in radio ho sentito l’intervista al signor Lindo Aldrovandi, amministratore delegato di Renner Italia, un’azienda di Minerbio (BO), che grazie agli utili e alle buone pratiche aziendali ha dato un extra di duemila euro in busta paga ai suoi dipendenti. Nell’intervista spiega come, oltre agli utili, piccoli gesti quotidiani hanno permesso un risparmio reale. Tra gli esempi da lui portati, quello di spegnere le luci quando si esce dall’ufficio.

Ecco.

Cosa ci vuole?

Nessuno sforzo fisico, nessuna programmazione, nessuna abilità richiesta.

Ecco.

C’è un luogo, secondo me, dove ciò dovrebbe essere una pratiche assodata, mentre purtroppo succede spesso il contrario: la scuola.

Io sogno, anzi desidero, una scuola dalle luci spente, quando non servono ovviamente.

Quando si va a mensa, quando si va in palestra, quando si va in giardino, quando si va a vedere un film o a fare un laboratorio in un’altra stanza.

Quando in mensa non c’è nessuno o quando c’è il cambio turno palestra.

“Non la spengo, tanto tra cinque minuti arriva l’altra classe.”

Quindi?

Cinque minuti + cinque minuti = dieci minuti.

E così via.

E se ciò avvenisse anche per i riscaldamenti?

Certo, bisogna stare caldi, ci sono i bambini. Nessuno lo mette in dubbio, però non dobbiamo ricreare un clima equatoriale.

Oppure negli uffici in estate. Se serve si può organizzare un corso per imparare a regolare i condizionatori.

Una scuola dalle luci spente che educhi all’uso consapevole delle risorse che, anche se non escono direttamente dalle tasche di insegnanti, amministrativi, bidelli o bambini, sono risorse sprecate, che potrebbero essere impiegate in altro modo.

Proprio com’è successo ai lavoratori della Renner.

Perchè non pensare di mettere a disposizione delle diverse scuole i risparmi energetici, da reinvestire in progetti didattici?

10262920-energia-pulita-una-lampadina-con-un-cielo-luminoso

Lascia un commento

Archiviato in educazione, sguardi